11.12.2015 Ruoteclassiche

L’ULTIMO DEGLI INDISCIPLINATI
da Ruoteclassiche, dicembre 2015

Istante. Momento. Attimo. Baleno. Lampo. Quanti modi per dirlo? Quella frazione di tempo minima, infinitesima, che non contiene apparentemente niente e invece, dentro, c’è tutto. Tutto ciò che è stato, il bello e il brutto, le gioie e i giochi sporchi.
Mike sta guidando, continua a guidare, e in questo preciso istante la sua vita gli si affaccia davanti.
È martedì ed è quasi mezzogiorno. Sta andando a pranzo a Londra, al Cumberland Hotel, da Billy Butlin. Uno dei tanti impegni legati alla fama di Campione del mondo di Formula 1. È il primo inglese a esserci riuscito. Lui. John Michael Hawthorn. Detto Mike.
Il motore della sua Jaguar 3.4 gira come un orologio. Come uno Smiths, bisognerebbe dire, perché tutto, in lui, tutto ciò che lo riguarda profuma d’Inghilterra. So british: tutto, dal vestire al guidare, dallo humor alla risata – fragorosa, eccessiva, di uno che non ha mai avuto paura. Naturalmente, anche ciò che guida è inglese. La VDU 881, come si legge sulla targa e come lui la chiama, un po’ sprezzante, anche se quando la pensa lo fa con rispetto ed è soltanto Jag, per lui; la VDU 881 è una gran macchina, ed è la sua personale. Quell’estate, a Silverstone, lui e Tommy Sopwith su due identici modelli hanno dato spettacolo, affrontando le curve in derapage controllato per tutta la corsa. Ha vinto Mike, ovvio, perché quando è in giornata nessuno è più forte di lui. Fangio lo era, ma non sempre.
Il pensiero di Fangio chiama quello delle automobili rosse, certo potenti, veloci e anche pericolose, le Ferrari, e precipita Mike nelle corse, di nuovo, come un tempo. Perché lui non è più nelle corse. Dopo avere vinto il titolo, l’ultimo ottobre, a Casablanca, si è ritirato. Come aveva fatto Fangio solo qualche mese prima, a giugno, dopo il Gran Premio di Francia, a Reims. Reims, dove è morto Musso. Si rende conto, improvvisamente, di quante persone che conosceva non ci sono più. Castellotti, sempre petto in fuori, caduto in prova a Modena, a marzo saranno due anni. Portago, nella tragica Mille Miglia, una gara che non gli è mai piaciuta. Dunque Musso e infine Peter. Peter Collins, il suo amico più caro. Mon ami mate, Mike sussurra. Era solo agosto e non doveva finire così. Erano giovani, belli, pieni di talento. E ora…
Forse per un cattivo sapore in bocca, l’attimo svanisce. Com’è cominciato, termina. Al pari di un velo mosso dal vento che lascia intravedere qualcosa, uno squarcio di panorama, e poi si richiude. Eppure tutte queste cose, queste persone, sono in lui, non le deve neppure pensare, sono lui stesso, la sua vita; la carne e il sangue di cui è fatto, le rughe sulla pelle e le lacrime che ancora non ha spremuto.
È allora che vede in lontananza la Mercedes 300 SL di Rob Walker. “Guarda quel figlio di una buona donna di Rob!”, dice Mike a voce alta, come se non fosse solo e lì, in macchina con lui, ci fossero tutti gli amici che non c’erano più.
(Qualche chilometro dopo, cercando di staccare Walker, sull’asfalto lucido per la pioggia Mike perse il controllo della sua Jaguar, si schiantò contro un albero e morì sul colpo. Era il 22 gennaio 1959 e non aveva ancora trent’anni. Con lui se ne andava l’ultimo degli indisciplinati. La Ferrari Primavera era pronta per l’oblio).

Flashback Hawthorn