12.12.2015 Un libro che corre come un bolide

Questo è un testo che scrisse il mio amico Marcello all’uscita de Gli indisciplinati, nel lontano 2001. Per chi non l’avesse vissuto, Marcello Sabbatini è stato il più grande, o comunque tra i più grandi, giornalisti sportivi di automobilismo, storico direttore di Autosprint ai tempi d’oro e poi fondatore di Rombo.
Lo ricordo sempre con un affetto speciale, e mi manca.

 

Un libro che corre come un bolide
di Marcello Sabbatini

Tranne lei e la donna delle pulizie, la stessa da quarant’anni, nella stanza non è entrato più nessuno. È come se lui ci fosse ancora, per lei. Come se niente fosse successo per davvero…

Per quanto ricordava, non si era mai svegliato alle 4.15 della mattina. Semmai, a quell’ora era spesso andato a letto. …Si lavò i denti con lo spazzolino che prese direttamente dalla tasca del giubbotto di pelle…

…In molti momenti della sua vita si era sentito nel posto sbagliato. Anche al volante della sua macchina da corsa. Gli altri non capivano, e poteva sembrare impossibile che un pilota si sentisse fuori posto in quello che era il suo nido: l’abitacolo della sua macchina…

“Lo voglio vedere. Non ci credo. Non può essere vero”, disse Louise. Scesero le scale fino al sotterraneo dell’ospedale. Un uomo in camice bianco faceva loro strada. La porta si aprì. Al centro della camera mortuaria videro un tavolo di metallo sul quale era steso un lenzuolo…

22 gennaio 1959. Qualche minuto prima delle dodici. “Guarda quel gran figlio di puttana di Rob!”. Mike vide la sagoma della 300 SL bianca di Rob Walker appena passata la curva…

Cinque incipit di cinque capitoli di una storia crudele, certo mai scritta e raccontata così efficacemente, di quel drammatico biennio 1957-1958. Con uno chaperon d’eccezione a fare da Virgilio: il braccio destro del Drake, Romolo Tavoni.
È la storia di cinque ragazzi, cinque uomini, cinque piloti, le cui vite si allacciarono nella morte in un fil rouge, rosso porpora Ferrari. Fu valhalla quasi nibelungico di emozioni, sentimenti, sfide, per la scioccante magia di una Primavera di speranza, che purtroppo pretese uno dei pedaggi più pesanti nel mondo della Velocità.
Eugenio Castellotti, Alfonso Portago, Luigi Musso, Peter Collins, Mike Hawthorn: è il romanzo della loro vita che – finalmente – ha trovato un giovane giornalista di motori, ma dal piglio di scrittore all’americana, che prima si documenta su tutto, nei particolari minimi, da reporter made in Usa, per poi decidersi a mettere giù in 500 pagine quasi la trama di un film a flash-back. Ecco, un film. Non un copione di film, ma un film con le sue immagini che corrono veloci, poi si dosano nei ralenti di momenti descrittivi di incontri, riflessioni, amori, rabbie, paure. Le pagine diventano un rotolo di pellicola che si snoda in tanti flash continui. E il libro corre veloce. Proprio come un bolide che schizza in partenza, romba, brontola, curva, s’imbarda, riaccelera, rischia il testacoda, riprende e via! via! via! sul rettilineo mozzafiato della lettura che non puoi interrompere.
Ma sì, è un libro proprio come un film, anzi Il Film (culto) della vera Formula 1: Grand Prix. L’opera vera, unica, sulle corse che negli anni Sessanta in troppi accolsero storcendo la bocca e che, invece, rimane la più neorealistica rappresentazione a colori delle grandi corse. Di quel mondo che la Philip Morris stava appena lanciando come simbolo concreto del futurismo immaginato da Marinetti e D’Annunzio nel loro manifesto dell’uomo forte, nuova generazione del secolo più veloce in duemila anni.
John Frankenheimer fu il regista (Oscar per L’uomo di Alcatraz) che realizzò quella svolta, anche se in certi passaggi del copione, modificato per alcuni dispettosi niet di Enzo Ferrari, si annebbiarono diverse sottolineature di sceneggiatura forzata. Un po’ come forse qualcuno, poco avvezzo allo slang duro di certe espressioni di letteratura moderna, troverà nelle righe più crude de Gli indisciplinati, dedicate a personaggi non di contorno.
Forse anche per questo il libro corre via veloce, sempre più veloce, e non c’è modo di frenarsi nella lettura. Non è suspense da giallo, ma c’è la carica continua d’inarrestabilità di quel che ti aspetta nella pagina seguente. Proprio come in un Gran Premio. E così arrivi alle ultime pagine, al traguardo. Dove trovi… cosa trovi? Qui va messa bandiera nera! Sarebbe facile, dopo gli incipit, dare le ultime quattro righe.
Il libro va comprato, per capire bene come andò quella storia bruciante del vivere e morire su una Ferrari. Altrimenti i giovani scrittori che trovano di questi particolari mecenati della parola scritta, che speranze avrebbero di farsi largo nella consorteria spietata dei grandi editori e distributori? Quelli i cui esperti saccenti, magari vista solo la copertina o letto il titolo tanto particolare, sanciscono spietati: “Nooo! La gente non lo compra…”.
Forse per questo mi sono così scaldato, nella lettura prima e ora in questo resoconto che volutamente non indugia nell’istintivo parallelo tra quei piloti di ieri e questi di oggi. Perché dopo 55 anni di professione giornalistica non scorderò mai il primo approccio col distributore del piccolo giornale tirato in macchina piana che andai a dirigere 35 anni fa: “Noo, non si venderà mai!”. Quel giornale, quella rivista, era Autosprint. Tre anni dopo vendeva 100mila copie, 340mila nel mitico 1979.
In bocca al lupo, Luca!

P.S. A proposito: dopo il Traguardo delle 500 pagine resta anche qualcosa in più. Questo si può anticipare: la scoperta del Ferrari più vero, quello che non salta mai fuori da biografie, autobiografie e agiografie. Il Ferrari non demonizzabile solo a Saturno, ma certo un Giano multifronte. Un Enzo Ferrari in cui c’è tutto e il contrario di tutto. Insomma, il suo enigma avrà – leggerete – cinque volti in cinque storie esaltanti e angosciose.