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I cinque della “Ferrari Primavera” giovani per sempre 

di Felice Laudadio

È facile fare colpo sulle donne per un pilota da corsa. Facile come morire, quando si corre a 300 all’ora sopra una scheggia rossa. Questa è la storia di cinque Ragazzi, di un Vecchio e di un Giovane, scrive Luca Delli Carri nella prefazione della nuova edizione, tra i tascabili Beat-Neri Pozza (novembre 2015, 344 pagine 11,90 euro), del suo volume gioiello sullo sport motoristico: “Gli indisciplinati”, pubblicato nel 2001 per la prima volta e premiato nientemeno col Bancarella l’anno successivo. 
Era giovane anche lui, Luca (è nato a Milano nel 1969) e al debutto sugli scaffali. Aveva più o meno la stessa età di quelli di cui raccontava gesta, successi e scomparsa prematura. Aveva corso in kart e auto e la passione per le competizioni al volante lo aveva spinto a preferire alle aule universitarie le redazioni sportive di grandi testate quotidiane milanesi, Corriere della Sera e Il Giornale. Ha curato un’enciclopedia sulla Ferrari e diretto un mensile di Formula 1.
Un addetto ai lavori, un competente Luca Delli Carri, ma soprattutto un appassionato e un ragazzo di cuore. Perché questo è un libro che racconta con tatto, perfino con tenerezza, le vicende di alcuni protagonisti di uno sport rumoroso e a quei tempi, alla fine degli anni Cinquanta, unto di grasso e lubrificanti.
I piloti d’auto da corsa sono giovani, molti sono belli, tanti sono morti, come i cinque, i Giovani. Erano belli, coraggiosi, ricchi: Eugenio Castellotti, Alfonso Portago, Luigi Musso, Peter Collins, Mike Hawthorn. A cominciare dal marzo 1957, in meno di due anni morirono tutti, al volante di una bella macchina tutta rossa, con un cavallino rampante giallo, che ricorda un altro pilota, ma dell’aria, un romagnolo, Francesco Baracca.
Il Vecchio è un modenese, Enzo Ferrari. Da ragazzo si spostava in bicicletta, tasche vuote e cervello fino. Ma è difficile pensarlo ragazzo. A ventisei lo fecero cavaliere, a ventisette commendatore, a cinquanta il suo nome aveva fatto il giro del mondo, a sessanta era un mito, come la sua immagine: difficile cavargli gli occhiali scuri da sole che contrastavano coi capelli bianchi.
Anche il Giovane portava gli occhiali con le lenti scure, veniva da un paese del modenese, indossava solo giacca, cravatta e camicie rigorosamente bianche (capito, Marchionne?). È stato per sette anni il segretario, per cinque il direttore sportivo della squadra corse, da sempre il braccio destro. Aveva l’aria di provincia appiccicata addosso, come lui. Acquistò il piglio di Ferrari, fuori dalla fabbrica, dove lo rappresentava a tutti gli effetti sulle piste del mondo intero. Il suo nome è Romolo Tavoni.
Era lui a sapere tutto dei cinque cavalieri delle quattro ruote, accomunati dallo stesso destino in una manciata di mesi: rischio, velocità, vittorie… appuntamento tragico con la morte. Ed è lui il testimone: è dagli incontri con Tavoni ch’è nato il libro sulla “Ferrari Primavera”, giovani piloti con tanto talento e tanta indisciplina, che volevano cambiare la Formula 1.
Nel Gran Premio d’Italia del ’56, a Monza, il Vecchio diede un ordine al direttore sportivo: lascia liberi i ragazzi. Non c’era gerarchia, il migliore era quello che vinceva.
Da Maranello li guardò lottare. E morire.
Solo Musso raggiunse i trent’anni, gli altri si fermarono prima.
Castellotti, 27 anni, uscì di pista in prova, nell’Autodromo di Modena, il 14 marzo 1957. Morì sul colpo, come Portago, tradito da una gomma in piena velocità nell’attraversamento di Cavriana, ad appena 40 chilometri dalla conclusione delle Mille Miglia del ’57. Oltre al secondo pilota Ed Nelson, perirono nove spettatori, cinque erano bambini. Arrivò al capolinea anche quella storica corsa sule strade d’Italia, cancellata per la pericolosità dopo il drammatico evento.
Per Luigi Musso fu fatale il Gran Premio di Francia 1958. Schizzò fuori dal tracciato in curva, a 250 all’ora. All’ospedale di Reims tentarono di rianimarlo e lo sottoposero ad un inutile intervento chirurgico. Ricorda la fine di Ayrton Senna.
Anche Peter Collins, dalla Contea di Birmingham, aveva 27 anni. Il 3 agosto 1958, correva il GP di Germania sul vecchio tracciato del Nürburgring. Era secondo. Uscì di pista all’undicesimo giro. Finì contro un albero. Spirò nell’ospedale di Bonn, senza avere ripreso conoscenza.
Quando Mike Hawthorn, trentenne inglese, decise di chiudere con la Formula 1 dopo aver vinto tanto, non pensava di morire in un incidente stradale, sul bagnato, proprio com’era accaduto al padre. Era il 22 gennaio 1959, nei pressi di Guildford. La sua Jaguar non andava piano, se l’impatto contro un albero lo sbalzò fuori dall’abitacolo.
La velocità non ha perdonato i cinque adorabili indisciplinati.