A mad affair

Uno dei titoli più belli mai dati a un libro che parla di sport è The Speed Merchants. I mercanti della velocità. Racconta il mondo delle corse automobilistiche come nessuno l’aveva mai fatto: con grande competenza ma anche quell’aura rock che allora permeava tante cose, dalla musica alla letteratura, allo sport. Tutto sembrava così nuovo e allo stesso tempo, come dire, epocale.
Era il 1972 – il libro è un viaggio nel mondo delle corse tra il 1969 e il ’72, appunto –, un momento magico per l’automobilismo. Era il tempo delle Sport cinque litri, di piloti favolosi come Pedro Rodriguez, Jo Siffert, Clay Regazzoni, Ronnie Peterson; c’era un entusiasmo straordinario nel pubblico, la Targa Florio faceva impazzire il mondo e la Formula 1 viveva un’epoca di transizione: era il sublime della velocità ma non si prendeva così sul serio come avrebbe cominciato a fare di lì a poco – meno di una decina d’anni –, era ancora un mondo pieno di naïveté e poesia.
Tornando a The Speed Merchants, l’autore – Michael Keyser – comincia il racconto citando, nella prima riga della prefazione, il marchese Alfonso de Portago, uno spagnolo bellissimo e ricchissimo che rischiava l’osso del collo nelle corse e in altri sport ad alto tasso di mortalità. Infatti Fon, come gli amici lo chiamavano, nel ’57 morì alla Mille Miglia, assieme al suo copilota Eddy Nelson e a nove spettatori, decretando la fine di questa follia collettiva, di questa idea di poter fare su e giù per l’Italia – da Brescia a Brescia passando per Roma, 1600 chilometri a tutto gas su strade normalmente aperte al pubblico – dall’alba al tramonto, e anche meno; era un altro monumento dei tempi andati, dei picchi che l’uomo può raggiungere quando si mette in testa un sogno. In quelle prime righe del suo libro, Keyser definì la Mille Miglia “a mad affair”. The Mille Miglia was a mad affair, scrisse. Una cosa da pazzi. Lo era. Come lo è innamorarsi di qualcuno o qualcosa. Perdere la testa e chiudere gli occhi e buttarsi. Puntata massima: vittoria piena o nulla.
Così io ho voluto chiamare A mad affair il prodotto di quella passione bruciante che per me sono stati i motori quando ero adolescente. Vivevo per correre, allora. Non sognavo nient’altro che la guida; prima della moto, poi della macchina. Ci ho provato, non ci sono riuscito. D’altronde, è così difficile. E proprio allora, alla fine di quei tentativi, quando la delusione era cocente e io ancora così giovane, è arrivato il giornalismo e la mia vita ha preso una direzione che non avrei detto – ma in fondo, ho scoperto dopo, solo perché non ci avevo pensato: per anni non avevo pensato a nulla che non fosse indossare un casco e abbassare la visiera e correre.
Col giornalismo sono arrivati i libri. Non subito, c’è voluto del tempo. Le idee hanno dovuto crescere con me. Ma non potevano che essere sulla mia grande passione: le corse. Perché bisogna scrivere solo di quello che si conosce a fondo. Cercavo nei libri quanto il giornalismo non mi riusciva a dare – eppure arrivai a scrivere, molto presto, dove avevo sognato di scrivere: al Giornale quando c’era ancora Montanelli e al Corriere della Sera. Cercavo la verità. Oggi so che è difficile trovarla in un giornale: troppi sono gli interessi che vi stanno dietro. Allora non solo pensavo che fosse possibile, ma che fosse il pane quotidiano della professione che avevo scelto.
Dunque sono venuti dei libri, una serie di libri che sono il mio mad affair. Gli indisciplinati, prima di tutto, dove uno dei protagonisti è proprio Portago. E poi i quattro libri di interviste a chi le corse le ha fatte sul serio, in pista o ai box. Una roba davvero da matti, perché ho girato l’Italia in lungo e in largo per rintracciarli, li ho intervistati tutti di persona, possibilmente nel loro ambiente. Guadagnavo dei soldi con gli articoli, li spendevo in questa avventura. Matti dalle gare, Benzina e cammina, La danza dei piedi veloci, Gli eterni affamati. Non ci ho ricavato nulla, alla fine, e parlo di denaro, ma ho dato vita alla prima e unica storia orale delle corse. È stato il mio “inutile” – mi riferisco a un libro che mi piace molto: I conquistatori dell’inutile, dell’alpinista Lionel Terray –, qualcosa che ho desiderato con una voglia bruciante e che poi ho guardato, proprio come la cima di una montagna appena conquistata, con occhi disincantati, chiedendomi: Tutta questa fatica perché? Un inutile assolutamente necessario. (LDC)

 

Gli indisciplinati, 2001
http://www.lucadellicarri.com/libri/gli-indisciplinati/

 

Matti dalle gare, 2003
http://www.lucadellicarri.com/libri/matti-dalle-gare/

Benzina e cammina, 2004
http://www.lucadellicarri.com/libri/benzina-e-cammina/

La danza dei piedi veloci, 2005
http://www.lucadellicarri.com/libri/la-danza-dei-piedi-veloci/

Gli eterni affamati, 2005
http://www.lucadellicarri.com/libri/gli-eterni-affamati/