Francesco #cycling tapes

Nel 1978, quarant’anni fa, Francesco Moser vinceva la Parigi-Roubaix, la classica delle classiche, una gara da duri che “lo sceriffo”, com’era soprannominato per la sua influenza sul gruppo in corsa, ha vinto tre volte, consecutivamente: 78, 79, 80. Come lui, soltanto un pioniere del ciclismo, Octave Lapize, che nel 1910 apostrofò così gli organizzatori del Tour de France: “Voi siete degli assassini!”. Avevano appena scalato il Tourmalet, per la prima volta, e Lapize era stato il primo ad arrivare in cima.
Tornando a Moser, la Roubaix è solo una delle perle di una carriera straordinaria: dal 1973 all’88 Moser ha ottenuto 273 vittorie da professionista, diventando il ciclista italiano con il maggior numero di vittorie in carniere (Saronni, secondo, è a quota 193). A livello mondiale lo superano solo Eddy Merckx (426) e Rik Van Looy (379). Ha vinto un Giro d’Italia (1984), due Giri di Lombardia, una Milano-Sanremo, un campionato del mondo su pista (1976) e uno su strada (77). Nel 1984 a Città del Messico ha conquistato il record dell’ora, che da 12 anni apparteneva a Eddy Merckx. È stato il primo a superare i 50 chilometri orari: 51,151. È sceso di sella nel 1988, salendo immediatamente sul piedistallo del mito.

La grandezza di un campione non è data dal numero delle vittorie ma dal valore degli avversari: concordi?
Sì. Io ho cominciato a gareggiare quando c’erano Merckx, Gimondi, Fuente, Motta, Bitossi. Assieme a me sono arrivati Battaglin, Baronchelli, poi Saronni, Hinault. All’estero c’erano Maertens, Pollentier, Thurau, tutti corridori che hanno fatto grandi vittorie. Thévenet, per dire, che ha vinto l’unico Tour che ho fatto io, è stato un corridore che comunque ha vinto due Tour de France, era uno che in salita andava forte. Tra gli scalatori spagnoli c’era questo Fuente, che quando decideva di partire, partiva e staccava tutti. Spesso ha spagliato i tempi, nelle sue imprese. Mi ricordo che al Giro d’Italia attaccava sulla prima salita e poi… Il tappone di Bassano, che venivamo dalle Cime di Lavaredo, l’anno che Merckx ha vinto il giro per dodici secondi su Baronchelli, Fuente ha attaccato sulla prima salita. L’abbiamo preso a tre chilometri dall’arrivo. Ha fatto tutta la tappa da solo. Bastava che partisse su un’altra salita e vinceva. Partiva sul Grappa, vinceva la tappa. Sicuro. Invece è andato in fuga tutto il giorno e l’abbiamo preso in fondo alla discesa del Grappa, a tre chilometri dall’arrivo. Era uno scalatore veramente potente, perché quando decideva di attaccare… Mi ricordo che ha vinto una tappa a Sorrento, dove io sono arrivato secondo battendo Merckx in volata, era una tappa di salite, non salitoni, però si faceva il Monte Faito, che era mille metri di dislivello, non era una passeggiata. Le corse erano quelle lì. Se decidi di correre, devi accettare tutti quelli che trovi sulla strada. Non puoi farne a meno. Se vuoi essere riconosciuto come un grande corridore devi confrontarti con i migliori e possibilmente batterli. Non era semplice, ma qualche volta ce l’ho fatta.

Il ciclismo è fatica. È la sua bellezza e la sua condanna.
Per fortuna la fatica si dimentica, perché si fa un po’ la volta e quando vinci o le cose vanno bene te ne dimentichi. Però sai che il giorno dopo ti aspetta di nuovo di correre in salita o in pianura, di rincorrere gli altri o cercare di andare in fuga. Non mi ha mai fatto paura la fatica. Se fosse per la fatica correrei anche adesso.

Una volta voi ciclisti eravate i beniamini del pubblico, come oggi i calciatori.
Il ciclista ai tempi entrava più nel cuore della gente perché noi eravamo molto più vicini al pubblico. Oggi il corridore è quasi come una macchina, viene comandato dall’ammiraglia con le radioline. Nelle ammiraglie oggi hanno la televisione e vedono tutto quello che succede, perciò il corridore… non è come noi. Allora decidevamo noi. Quando arrivava la macchina le cose erano già successe, perché finché eri in fuga le macchine non potevano avvicinarci. Non potevano dirti via radio fermati, tira o non tira. Oggi è tutto cambiato. Noi dovevamo prendere delle decisioni immediate e non avevamo tanto tempo per farlo.

Il passato può essere fonte di ispirazione?
I giovani vivono nel tempo moderno della tecnologia e forse gli sembrano cose assurde. Dipende con che occhio uno lo guarda. È chiaro che non può guardare il nostro ciclismo per fare il ciclismo di oggi. Se fa le cose che facevamo noi non vince. Le gare hanno avuto una loro storia. Dal punto di vista della preparazione, dell’alimentazione, del modo di gestire le squadre il mondo è molto cambiato e non credo si possa prendere esempio dalle nostre corse per diventare un corridore. Anche se il ciclismo è uno sport difficile tuttora, con le salite, la Parigi-Roubaix, le strade, sono ancora così. Si fa più velocità, c’è più assistenza, i mezzi sono migliori, ma la differenza deve sempre farla in qualche maniera il ciclista. L’unico esempio che si può prendere delle nostre corse è il sacrificio, capire che correre in bici non è una passeggiata, devi dedicarti al cento per cento.

Facciamo il gioco della torre: scegli tra Parigi-Roubaix, Giro d’Italia e record dell’ora.
Tengo il Giro. È stata una cosa che ho inseguito per tanto tempo. Non è una corsa di un giorno, è una corsa di tre settimane, da costruire giorno per giorno. Comunque tre vittorie alla Roubaix non sono poche.

Giro o Tour?
Il Tour l’ho fatto una volta sola. Il Giro tredici volte. Ai nostri tempi si potevano fare anche queste scelte. Oggi sarebbe diverso.

Il tuo record dell’ora ha fatto storia anche perché come è stato preparato.
Noi venivamo dal ciclismo della tradizione. Ci si allenava, non c’erano le tabelle. Le valutazioni degli atleti abbiamo cominciato a farle allora. Il test Conconi, il cardiofrequenzimetro, non sapeva nessuno cos’era. Il record dell’ora è stato importante anche per come lo abbiamo preparato. Io avevo un’équipe medica che mi ha seguito passo passo, con la quale abbiamo fatto molti esami per sapere a che punto fosse il mio fisico. In Messico non siamo andati per due giorni, ma per un mese, per acclimatarci, per ottenere il massimo. A posteriori il record si poteva fare più veloce, perché qualche errore l’abbiamo compiuto, ma il risultato è stato importante.

Perché quando si parla di ciclismo si parla così spesso di doping?
Se ti addentri in certi meandri non sai dove arrivi. Di doping se ne parla anche troppo e non si trova mai una soluzione finale.

Milano, 18 aprile 2018