Imerio #cycling tapes

Imerio il grimpeur ha ottantun anni e il sorriso furbo dei giorni migliori. Gli occhi sono chiari e così i suoi pensieri, legati forse a quel cielo terso cui tendono tutti gli scalatori puri, come lui, che cercano ogni giorno le altezze perché scritto nel loro destino.
Debutta tra i professionisti nel 59 ed è già quarto, e migliore degli italiani, l’anno dopo al campionato del mondo in linea in Germania Orientale. Quarto al Giro d’Italia 60, secondo nel 62. Quarto al Tour del 61. Due volte maglia a pois, riservata agli scalatori: Tour 1960 e 61. Secondo al Giro di Lombardia 61, al quale è tutto sommato legata la sua fama, perché nei tre anni in cui il Lombardia transitò dal minaccioso Muro di Sormano, tra il 1960 e il 62, su quei 2,4 chilometri con punte del 24 per cento fu sempre tra i primi e mai mise il piede a terra, a differenza della maggioranza dei colleghi. Poi, guai fisici lo destinarono a un ruolo da gregario che mal gli si addiceva, ma che lui impersonò con dignità.
Si è confrontato con corridori hors catégorie come Jacques Anquetil, Charly Gaul (che dopo averlo visto all’opera commentò: “Farà penare tutti in salita, compreso me”), Rik Van Looy, l’amato Federico Bahamontes (sei volte maglia a pois; meglio di lui solo Richard Virenque, a quota sette). Per due o tre anni, il tempo di una fiammata, fu tra coloro che fecero la storia del ciclismo.

Imerio, hai corso contro corridori maiuscoli.
Coppi finiva la carriera, io cominciavo. Ho corso un anno con lui, nel 59. Poi ho corso con Merckx, Gimondi, Anquetil, Van Looy. Ho corso con tutti i più grandi corridori. Li ho trovati tutti. Gaul, Bahamontes… Tutti quelli che andavano forte. Io sono stato un corridore che poteva vincere di più, però correvo con la Legnano. La Legnano in quel momento non prendeva i corridori buoni. Avevo dei gregari che li vedevo la mattina e poi li vedevo la sera. Non ho mai avuto tanta collaborazione. A un certo punto dovevo arrangiarmi da solo.

Qual è il corridore che ti ha colpito di più per la potenza?
Non posso dire Merckx, perché quando l’ho incontrato avevo già metà carriera. A me che hanno colpito di più sono stati due corridori: Gaul e Anquetil. Anquetil era una cosa eccezionale. Però Anquetil aveva paura di me, perché andavo forte in salita. Avendo una squadra buona, lui mi mandava dietro i gragari, hai capito? Comunque io a quell’epoca non avevo paura di nessuno, andavo come una moto. Purtroppo ho avuto poca squadra. Hai visto le corse come le fanno adesso: se non c’è la squadra, il capitano non vince. Infatti non è che mi piacciano tanto queste corse qua. Va via la fuga, poi tirano i gragari per fare vincere la corsa al capitano. E tu stai tre, quattro ore alla televisione per vedere cosa?

Giro d’Italia o Tour de France?
Meglio il Giro d’Italia del Tour. Ma quando l’ho fatto io, mi piaceva di più il Tour de France, perché c’era più battaglia. C’erano corridori buoni, quando andavi in fuga tiravano tutti. In Italia, quando andavi in fuga uno non tira perché ha il capitano dietro, l’altro perché ha il capitano in classifica, le fughe non andavano in porto. Ma io sono andato più forte al Tour che al Giro. Sono arrivato nono e decimo, ho vinto due tappe e conquistato la maglia a pois per tre anni. Da solo, perché la Legnano aveva una squadra debole. In Francia io sono sempre andato forte. Sai perché? Perché quando si andava in fuga tiravano tutti. Era pieno di corridori che noi chiamavamo regionali, non accasati alle squadre importanti. Quelli tiravano, a morte. Io correvo sempre davanti. Mai dietro, perché poi bisogna inseguire, e non avendo squadra… Sai chi curavo io, sempre? Anquetil. Perché Anquetil aveva una signora squadra. Io stavo lì, non a ruota, di fianco. Un giorno mi disse: Massignan, mi curi? Io gli risposi: Sì, perché se curo te, con la squadra che hai, arrivo a Parigi minimo terzo o quarto in classifica.

Anquetil era famoso per la sua eleganza.
Per me era un corridore eccezionale. Uno modesto, anche se ha vinto cinque Tour e due Giri d’Italia. Per me lui è il signore della bicicletta. Dava una mano a tutti. Dove c’è il corridore di adesso, che li chiamo mezzi stronzi? Sembrano dei padreterni e non vanno neanche a due all’ora.

Il ciclismo di ieri cos’aveva in più rispetto a quello di oggi?
Era più bello una volta il ciclismo, c’erano le battaglie, c’erano le salite. Adesso vanno in fuga e poi lavorano i gregari. Era differente la cosa. Una volta, prima di passare professionista, dovevi fare i punti, se no nessuna squadra ti prendeva. Capito? Quando sono passato professionista io avevo vinto… Ti faccio un elenco adesso che ti spaventi. Bologna-Raticosa, per distacco. Schio-Pasubio. Bassano-Monte Grappa. Le ho vinte tutte io. Ecco perché ho trovato la Legnano che mi ha ingaggiato. Tu lo sai che adesso ci sono i figli di papà che pagano il figlio per correre in bicicletta? Non trovano l’ingaggio, perché sono miseri corridori. Una volta, quando passavamo professionisti eravamo corridori di prima categoria. Ragazzi, mi ha preso Pavesi… Campagnolo, se guardiamo… Pavesi chiese: Cosa ha fatto Massignan? Massignan ha vinto questo e quello. Lo prendo!, disse. Perché uno a vincere la Bassano-Monte Grappa, la Schio-Pasubio, è un corridore con le balle.

È vero che eri un protetto di Tullio Campagnolo?
Sì. Mio fratello più piccolo lavorava alla Campagnolo. Poi, la prima corsa che ho vinto, l’ho vinta a Valdobbiadene sopra Feltre. Una corsa che Campagnolo aveva vinto quando era dilettante. L’ho vinta io e siamo diventati amici. Mi voleva bene. Quando ha tirato fuori le pedivelle di alluminio, mi telefona a casa e mi dice: Imerio, dobbiamo provarle sotto sforzo.

Se non si rompevano con te non si sarebbero più rotte?
No, No. Io andavo su, scattavo.

Ora i corridori misurano la potenza in watt. Voi, allora?
Io avevo il battito del cuore a 36. Sotto sforzo potevo andare a sessanta. Sotto sforzo. Sai cosa diceva Pavesi? Che io non ero fatto di ferro, ma di ghisa temprata. Mi chiamava Gambasecca.

Perché? Per il problema alla gamba, che era più corta dell’altra?
No, perché ero magro come un chiodo e andavo forte in salita. Mi chiamavano così gli altri corridori. Forse il primo fu Nencini. Comunque Pavesi è stato una persona eccezionale. Mi ha dato una mano. Però anche lui ha trovato un corridore che andava, perché se trovava una cassa da morto… I corridori nascono dalla mamma, da quello che la mamma ci ha messo. Io ero il più vecchio di sette fratelli e mia mamma mi ha allattato fino a due anni. Ho preso il latte da lei fino ai due anni. È mia mamma che mi ha fatto diventare forte.

Mi racconti del Muro di Sormano? Tu sei l’eroe del Gavia, per quel giorno del 60 quando transitasti per primo sul Passo di Gavia precedendo Charly Gaul, al termine di una salita tremenda e allora non asfaltata, inedita per il Giro, che ci tornerà solo nell’88. Però è quando si pensa al Muro di Sormano che viene alla mente il nome Massignan.
Un giorno Torriani mi ha chiamato dicendomi: Imerio, vieni che proviamo il uro di Sormano. Ero con la cravatta e i pantaloni, ero fuori a pranzo a Milano E l’ho scalato. Però, ragazzi: micidiale. Tutto sui pedali. Torriani mi dice: Imerio, cosa dici, è da fare? Se è da fare… rischi, però ci vuole uno che riesca a fare più degli altri, altrimenti va a farsi friggere tutto. Infatti quell’anno, il 60, io sono passato primo in cima. L’anno dopo lo stesso, con Taccone e il povero Fontona. Quell’anno poi è successo che Fontona si è staccato e Taccone è stato disonesto, perché si è staccato anche lui, per i crampi, ma sotto la galleria s’è attaccato alla macchina, per due chilometri, e m’è venuto a prendere. All’arrivo me lo sono visto dietro il sedere. Lui era più veloce e mi ha battuto. Sono cose che succedono. Però ricordati bene: se vuoi andare avanti, bisogna essere anche onesti. Io sul Muro sono passato primo tre volte. C’è gente che se ne ricorda ancora, là, quando ci torno ci sono delle donne che hanno settant’anni si ricordano e vengono a salutarmi e abbracciarmi. Perché lì, sul Muro, non era mai passato il ciclismo. Passando per primo, si ricordano di me.

Infatti il Muro è mitico, Massignan pure. L’unico che non ha messo il piede a terra sul Sormano.
Per arrivare primo alla sommità del Muro, al punto dove scollini, devi prendere la salita in testa. Una volta avevamo cinque rapporti. C’era molto sbalzo tra un rapporto e l’altro. Dovevi mettere subito il 27 o il 28, che poi non mollavi fino in cima. Però, per prendere il Sormano in testa, bisogna avere la forza di arrivare per primo a Sormano. Per arrivare lì ci sono 1200 metri di dislivello. Devi avere le gambe per arrivare fino a lì e poi fare il Muro. Io lo prendevo sempre in testa. Sennò era finita. Comunque era una salita bestiale. Senza respiro, tutta sui pedali.

Un inferno.
Un inferno. E se penso a quel Giro di Lombardia perso da Taccone, mi sta ancora qua.

Tornando a quanto diceva prima, alla notorietà, com’era il rapporto tra i campioni e le donne, un tempo?
Quell’epoca lì avevo gli occhi merli. Mi telefonavano ragazze anche dall’estero. Magro com’ero sembravo James Dean. Sai? L’attore.

Le donne ti cercavano?
Mi cercavano da matti. Ero magro, abbastanza disponibile, anche a parlare. Mi arrivavano dieci lettere al giorno, da tutta Italia, dalla Francia. Tante mi scrivono ancora adesso, dalla Francia, che vogliono le fotografie mie. Io non sono un frate, il sangue mi ribolle, però stavo abbastanza bravo. Quando correvo. Ma d’inverno, quei tre mesi di fermo… Mia moglie l’ho conosciuta a Corvara, in Val Badia. Ero là a ossigenarmi. Non è come adesso, che li portano in tutto il mondo. Oggi i corridori arrivano a Parigi e fanno una sfilata in città. Mi ricordo, io, nel 61, una tappa per arrivare a Parigi di 250 chilometri. Roba da matti. Abbiamo mangiato la mattina alle sei e mezza, riso e filetto. Subito non stavo molto bene, poi ho carburato. Aveva la maglia gialla Anquetil. Comincia a piovere. Anquetil era uno che se pioveva stava davanti. Aveva paura delle cadute. I francesi avevano messo il rifornimento ai piedi di uno strappo di due chilometri. Mancavano settanta chilometri a Parigi. Io ho preso il sacchetto e me lo sono messo a tracolla, perché quello che ti salva è il mangiare. Comincia la salita e siamo in sette. Quando ho visto Anquetil in quel gruppetto che andava in fuga, mi son detto: All’ultima tappa non va mai nessuno in fuga. Stai attento: io ho mangiato il manubrio! Ho mangiato la bicicletta! Una fatica per stare lì! Ed era una salita due chilometri! Una salitina! Quando sono arrivato in cima mi sono girato: dietro non c’era più nessuno! Siamo arrivati al parco dei Principi con quasi due minuti. Ha vinto Cazala e Anquetil ha vinto il Tour. Sai cos’ero in classifica? Quarto. All’ultimo giorno avevo scavalcato due posti in classifica. Una cosa che non succede mai l’ultimo giorno. Io curavo Anquetil. Lui mi diceva sempre: Imerio, sei un grande corridore. Sapevo correre, però avevo le gambe molli. Chi ha fatto il Muro di Sormano? Il Gavia? Chi ha vinto tutte quelle classiche in Veneto, per distacco? Le ho vinte io. Però son stato scarognato. Non fossi capitato alla Legnano, con Pavesi che aveva solo la sua pipa in bocca, ma soldi niente… Fossi capitato in una squadra come si deve…

Sei una forza della natura.
Lo ero, una volta. Ho 81 anni. Compio gli anni il giorno che è morto Fausto Coppi. Il 2 gennaio. Ma è stato bello. Nel 60 ho fatto quarto al campionato del mondo, in Germania, primo degli italiani. Non ero l’ultimo arrivato. Qualunque osto che vado, la gente mi adora. La gente che ha dai sessanta a ottant’anni si ricorda Imerio Massignan.

Cos’hai capito della vita?
Niente. Se hai fatto qualcosa prima, ti rimane qualche soldino. Però noialtri abbiamo guadagnato poco. La vita adesso è una stronzata: i pochi soldi che hai guadagnato te li mangia tutti lo Stato. Ti dispiace che abbia detto così?

Ovada (Alessandria), 29 aprile 2018

(nella fotografia, Massignan è il ciclista con la maglia tricolore)