L’orso Jody

Me lo ricordavo quando correva, io non ero neppure adolescente ma nel suo ultimo anno da pilota, l’80, ebbi la fortuna di vederlo correre. Avevo dieci anni e mio padre mi aveva portato a Monaco per vedere il Gran Premio, ospite del suo grande amico Carlo Chiti. La sua gara non fu memorabile, al contrario degli incontri con Patrick Depailler e Bruno Giacomelli sullo yacht dell’Alfa ormeggiato in porto.
Quarant’anni dopo, La Gazzetta dello Sport mi chiede di andarlo a intervistare a casa sua, per un pezzo da pubblicare la domenica del Gran Premio d’Italia, anniversario della vittoria che gli garantì il titolo iridato. Se ami uno sport, sono quel genere di occasioni che ti rendono felice. E Jody, descritto come un orso – era il suo soprannome, allora –, si è rivelato una persona molto cordiale, molto disponibile. Pare che si sia riconciliato con il mondo della Formula 1, che dopo il suo addio non ha più voluto frequentare. A 69 anni, immagino, ti riconcili con molte cose.
L’ultima immagine che ho di lui, quel giorno: Jody sdraiato per terra mentre il suo massaggiatore gli sistema la schiena, affaticata dai giri di pista con la Ferrari 312 T4 con la quale ha vinto il Mondiale, poi si rialza sorridendo, pronto a tornare a chiacchierare.
Un grande. Sei figli, tre vite. E l’entusiasmo, oggi, di un ragazzo.

La Gazzetta dello Sport_Jody Scheckter