Per pilota solo

Per pilota solo
un racconto

Apre gli occhi. No, non li apre. Non ancora. Prima deve fare il giro e sentire che ci sia tutto. Braccia, gambe, piedi, pancia. C’è tutto. Apre gli occhi. Dalla finestra entra un filo di luce. C’è silenzio. Che ore sono? Non si pone la domanda. Non se l’è mai posta. È l’ora di farsi una birra, Mike! Questa è l’unica ora che gli è sempre interessata. L’ora degli amici e delle risate. Gli scappa da ridere. Appunto. Ma non ride. Si tira su. Una smorfia di dolore sulle labbra. Come pesa il mondo. Tutto su di me, pensa. Come pesa la vita, invece. Cerca un equilibrio, con lo sguardo un punto d’appoggio nell’orizzonte, cui potersi afferrare per mettersi in piedi. Gli fa male un po’ tutto. Ma soprattutto il rene. Il maledetto rene. Troppa birra, troppo whisky. Troppa velocità, troppa vita. Sei uno strumento bello consumato, ragazzo, pensa. Si alza. Va bene, va tutto bene. Vacilla per un attimo, ma regge. È andata. Infila la vestaglia azzurra, si avvicina alla finestra, la apre, freddo pungente, allarga gli scuri, non guarda neanche fuori, chiude la finestra. Va in bagno. Ravviva il ciuffo biondo con la mano destra mentre con la sinistra si aiuta per non fare disastri.
Infila le mani sotto il rubinetto, si riempiono d’acqua fredda, si china, chiude gli occhi e inonda la faccia d’acqua, un tuffo al contrario, si leva, tiene gli occhi chiusi, cerca l’asciugamano, si tampona delicatamente la faccia, senza aprire gli occhi ravviva di nuovo i capelli, e ora apre gli occhi e si trova faccia a faccia con il suo amico più caro. “Signore e signori ecco a voi il nuovo campione del mondo di Formula 1, John Michael Hawthorn, ma se non lo chiamate Mike, non vi risponderà”. La voce dello speaker alla premiazione del Royal Automobil Club gli ronza ancora nelle orecchie. Quasi sorride. Già. Campione del mondo. Mica male, vecchio Mike. Vecchio? Ma se non ho neanche trent’anni! Va in cucina, questo metro e quasi novanta centimetri di vestaglia azzurra e ciuffo biondo e occhi stanchi, i lunghi piedi racchiusi a stento in due pantafole un po’ logore. Piedi che erano così pesanti quando guidava che i meccanici della Ferrari lo chiamavano Piombòn. Prende il bollitore, acqua, gas, apre la credenza per scegliere la tazza ed è quella di Leslie. Sempre quella. Ogni volta finge con se stesso di scegliere, ma alla fine usa sempre la stessa. La tazza di suo papà. Tutto parla di lui, in quella casa. Di Leslie. Suo padre. Alza gli occhi e sopra la stufa c’è la foto di Leslie baldanzoso accanto a una Bentley, davanti al Tourist Trophy Garage, allora una capanna di legno; Leslie petto in fuori, mani sulla schiena e l’espressione determinata del giovane uomo pronto a tutto; vicino a lui Mike, sei anni appena, il caschetto biondo, il piede su un monopattino e un sorriso che non finisce più. Già allora. Il suo sorriso, la sua risata. Mike era la sua risata. Grassa, chiassosa. Eccessiva, come lui. Ma cosa ridi, con quello che hai combinato? Quante volte gliel’avevano detto. Mike il diavolo e l’angelo assieme; disastro Mike, super Mike! Sentivi la sua risata e poi vedevi lui. Che è tutto dire, data la taglia non proprio trascurabile.

Il tè è pronto e va in sala. C’è una bella luce. Posa la tazza sul tavolino accanto alla poltrona, si avvicina alla finestra e guarda fuori. Credeva peggio. Ieri c’era una nebbia dell’accidenti. Ha voglia di fumare. Il portapipe ha sette posti, una per ogni giorno della settimana; il nome è indicato sotto. Deve fare uno sforzo per ricordarsi che giorno è. Perché la gente deve sapere sempre tutto?, si chiede. Che ore sono, che giorno è… Comunque è venerdì. Venerdì 26 dicembre 1958. Già. Ieri era Natale. E adesso scoppia a ridere. Era un orologio che se ne andava per conto suo, che segnava il suo proprio tempo. Era bello per questo. O lo capivi o lascialo perdere. Lui è Mike. Nient’altro che Mike. Ma, Mike! Prende la pipa del venerdì. Naturalmente. Perché uno che ha sempre fatto quello che ha voluto, che è sempre andato in direzione contraria, ama, adora le consuetudini. Inglese anche in questo. Terribilmente inglese. Inglese come la pioggia, come il verde delle auto da corsa, come la Regina, eccetera eccetera. E primo campione del mondo inglese. Yeppidù! Lei è una Dunhill Shell Briar, vera d’argento. Gli piacciono le pipe dritte. Quelle curve invecchiano, pensa. Carica il tabacco e l’accende, in piedi. Il gusto del fumo in bocca, poi il fumo che l’avvolge come in una nuvola e lo porta via. È quando si dirada che nota il pacco sul tavolo. Largo, quadrato, sottiile. Difficile non capire. Legge prima il biglietto. “Il disco del momento per l’uomo del momento. Con amore, Jane”. Sorride. Apre il pacco, sulla copertina c’è un nero dall’aria arrogante, abbandonato su una sedia, la tromba in primo piano come fosse una spada e lui un guerriero. Milestones… Miles Davis. Bel gioco di parole, pensa Mike. Carica il giradischi, poi si lascia cadere sulla poltrona, ciuccia a fondo la pipa, beve un sorso di tè, abbandona anche la tazza come ha fatto con tutto nella sua vita e soprattutto con le donne e afferra il libro sul tavolino, già aperto a metà. Riprende a leggere da dove aveva interrotto, forse ieri mattina, forse chissà quando. E basta una frase di P.G. Wodehouse per farlo stare bene, definitivamente bene. Cosa mi manca?, pensa Mike, mentre Miles Davis si tuffa in Dr. Jekyll e il jazz riempie lo spazio e il tempo con così tanto che diventa subito troppo e la mente comincia a galleggiare mentre lo sguardo si perde in un orizzonte immaginario.

Miles Davis, Dr. Jekyll

Quel giorno è Boxing Day e adesso Mike è al volante per raggiungere Brands Hatch dove premierà il vincitore della corsa più importante della giornata, la Silver City Trophy Race. Vedrà un bel po’ di amici. Les Leston, Graham Hill, Colin Chapman e altri del giro delle corse. Gente a posto, ma gente nuova, perché i suoi amici di un tempo, gli amici veri, non ci sono più. Già. È rimasto solo, Mike. A 29 anni puoi definirlo un sopravvissuto. Sopravvissuto alla velocità, agli incidenti, al fuoco; a macchine veloci come palle di fucili e fragili come aquiloni, a uomini affascinanti e spietati come Enzo Ferrari. S-o-p-r-a-v-v-i-s-s-u-t-o. Ma anche e soprattutto a se stesso. Già. A quel modo di fare e di vivere privo di retropensieri, come di reti a proteggere la caduta. Leslie, Peter e tutti gli altri. Gli amici e gli avversri. Luigi, Eugenio. Stuart, che se n’è andato solo due mesi fa. Esattamente, due mesi e un giorno fa. Ma… solo? Il pensiero della vanità del tempo si confonde con quello della velocità, che non è più solo un pensiero ma sono i metri percorsi dalla Jaguar 3.4 litri di Mike ogni secondo che passa; il secondo rimane lo stesso ma i metri aumentano, come se venissero compressi in quell’unità di misura friabile che è il tempo, che non sai mai se è lungo o breve, che si può rompere con la stessa facilità con cui si rompe una vena del corpo umano e allora il sangue interrompe il suo giro e fuoriesce, esattamente come la macchina da corsa che per un motivo qualsiasi schizza fuori e lontano dall’asfalto del circuito e mentre il resto del sangue-pilota continua a fare il consueto giro il tuo-suo macchia di rosso il verde di un campo, la corteccia di un albero e tutto può finire così, in un secondo, in una frazione di tempo tanto minima, tanto misera che è quasi un insulto a tutto ciò di magari grandioso che c’è stato prima. Affonda il pedale sull’acceleratore, Piombòn. Non si cambia mai. Il tempo passa ma non si cambia mai. È in ritardo e deve darsi una mossa. È sempre stato in ritardo. Tranne che in pista. Lì non si scherza. Guidare è la sua vita. Ce l’ha nel sangue. Com’era nel sangue di Leslie, Peter, Luigi e tutti gli altri. La banda dei piedi pesanti. Non correrà più. Ormai è un ex pilota. Lo è diventato un giorno senza preavviso. È salito in macchina e ha capito che non era più lui. Più lo stesso Mike. Ferrari non ha capito. Ferrari i suoi piloti li vuole vedere morire al volante. Solo così è contento. Veloci, vincenti e suoi. Mike no. Ha salutato con garbo ed è tornato in Inghilterra. Si occuperà del TT Garage e invecchierà. Rene permettendo. Il pensiero gli strappa un sorriso: morire non gli ha mai fatto paura. Dà un’altra accelerata e vola via, su una strada amica, al volante della sua automobile, nella quale si sente a casa.

Miles Davis, Milestones

The Farnham Herald, 23 gennaio 1959.
John Michael Hawthorn, di Farnham, campione del mondo in carica, è morto istantaneamente mentre la sua verde Jaguar è slittata sull’asfalto ed è uscita di strada a Guildford ieri mattina.
L’auto è slittata lateralmente sull’asfalto umido per circa cento metri, ha toccato la parte posteriore di un furgone che procedeva in direzione opposta ed è finita contro un albero sul bordo della strada. L’auto è andata completamente distrutta.
Il guidatore del furgone, il signor Frederick George Rice, ha detto di avere visto l’auto slittare lateralmente verso di lui a una velocità molto alta. “Non ho frenato né sterzato, altrimenti sarei stato certamente ucciso”, ha detto il signor Rice. Quando ha guardato l’auto distrutta, ha visto che il guidatore era morto. “C’era sangue da tutte le parti”, ha aggiunto.
L’incidente è avvenuto vicino alla stazione di servizio di Coombe. Il signor Hawthorn stava guidando in direzione di Guildford. Aveva un appuntamento per pranzo a Londra.
Il signor Rob Walker, proprietario di un garage a Dorking e di varie vetture da corsa, oltre che buon amico di Mike Hawthorn, lo stava seguendo in una Mercedes. Il signor Walker non è stato coinvolto nell’incidente.
Hawthorn aveva 29 anni e risiedeva con sua madre a Green Fields. Era nato il 10 aprile 1929 a Mexborough, vicino a Doncaster, ed era venuto a Farnham con la sua famiglia nel 1931. Suo padre, il signor Leslie Hawthorn, rimasto ucciso anch’egli in un incidente automobilistico a Hindhead quattro estati fa, vi aveva impiantato un garage.
Il 26 dicembre scorso Mike Hawthorn aveva premiato a Brands Hatch il vincitore della Silver City Trophy Race, il signor Graham Hill. Il prossimo 11 febbraio avrebbe dovuto essere l’ospite d’onore alla cena annuale della Camera di Commercio di Farnham presso la Memorial Hall.

Nelle fotografie, dall’alto: Mike bambino con suo padre Leslie; la copertina di Milestones, di Miles Davis; Mike a Brands Hatch, Boxing Day 1958 (John Ross motor racing archive); Mike a Le Mans nel giugno 1958 posa su una Bentley anteguerra.