Il re della festa (dialogo intorno a)

Una presentazione.
Roma, novembre 2015.

PRESENTATORE – Siamo qua stasera per presentare questo romanzo uscito da poco che si chiama Il re della festa. L’autore è Luca Delli Carri, l’editore è Neri Pozza. Ed è un libro, come vedete già dalla mole, piuttosto imponente. Si tratta di un volume di oltre 700 pagine. Ecco, questa scelta di raccontare una storia dal respiro lungo già di per sé è una scelta poco frequente nella narrativa italiana degli ultimi anni, almeno fuori dai generi convenzionali, dove effettivamente ci si può prendere delle misure più ampie. Luca Delli Carri racconta in questo libro la storia di un pugile. È quindi un romanzo sul pugilato, uno dei rari romanzi sul pugilato, per quanto ci siano esempi di questa attenzione anche in altri narratori. Penso per esempio ad Antonio Franchini, uno di quelli che si è dedicato al pugilato con maggiore partecipazione, anche per questioni esistenziali, ma spesso le questioni esistenziali e letterarie coincidono. Però il romanzo di Luca Delli Carri ha una caratteristica molto particolare: al centro c’è la figura di un pugile campione del mondo, che si chiama Evaristo Gallego; sembra un nome un po’ sudamericano, che fa pensare a un romanzo che ha un’aria sudamericana, rispetto alle passione e alle tensioni che ha. In realtà i luoghi sono prevalentemente italiani, e sono anzi proprio i luoghi a essere le tappe di questo romanzo. È proprio la struttura di questo libro a catturare subito l’attenzione. Ovviamente il pugilato, la boxe, in assoluto. Per quanto Joyce Carol Oates, che è una grande scrittrice americana, dice in una frase riportata sulla quarta che per uno scrittore nessun soggetto è così intensamente personale come la boxe, si tende a pensare che è uno sport che interessa a pochi, prevalentemente uomini, e naturalmente con una visione del mondo e dello sport molto particolare. Quindi per me, che ero del tutto non attrezzato allo sport, non l’ho mai praticato, non ne sono stato mai spettatore né partecipe, la lettura di questo romanzo, 700 pagine sulla boxe, era un’avventura, qualcosa che poteva spaventarmi, per l’impianto tematico così particolare. In realtà, quello che ho apprezzato molto in questo libro è la voce narrante. La voce narrante non è la voce di Evaristo Gallego, ma è di un suo interlocutore, che via via ci racconta pezzi della vita di Evaristo, e lo fa in una dinamica da romanzo-conversazione. Sostanzialmente, noi sentiamo raccontare Evaristo attraverso le domande, l’interlocuzione continua, costante che presenta questo suo interlocutore. È come se, e lo dicevo prima all’autore, ci fosse a monte di questo romanzo un aspetto di verità giornalistica, quasi. Immaginate di costruire un romanzo dal vero su un personaggio inesistente. Allora ci sono anche inserti giornalistici, pezzi di giornale, virgolettati veri e propri, che vengono dalla parabola atletica ed esistenziale di Evaristo Gallego. Evaristo Gallego evidentemente non esiste. È un personaggio di pura invenzione che però nasce da una frequentazione molto fitta dell’autore con il mondo del pugilato e probabilmente dall’ispirazione diretta che gli è stata prodotta dalla frequentazione con alcuni pugili. Allora ci sono dei momenti in questo libro che qualcuno ha il dubbio che questo personaggio esista. Confesso che io sono andato su google e m’è venuto naturale cercare informazioni su di lui. Forse esiste, questo Gallego, mi dicevo, perché è talmente preciso quello che l’autore dice di lui da fare sospettare che non sia plausibile l’invenzione pura. E questo l’ho trovato molto affascinante, sulla pista di un autore che viene evocato proprio all’inizio, nell’epigrafe, Norman Mailer, un grande scrittore americano, uno degli inventori del New Journalism, il giornalismo narrativo. Norman Mailer nasce anche un po’ come scrittore borderline tra una vita avventurosa, molto sportiva, e il giornalismo e la scrittura pura, tanto è vero che esiste di lui anche un’immagine di lui con i guantoni. “Scusi se non le stringo la mano ma come vede sto tenendo le mani in tasca”, dice George Foreman a Norman Mailer nel 1974. Anche questo elemento delle mani, che torna anche nella copertina, sarà uno degli elementi più interessanti del libro, la descrizione costante delle mani del pugile. Ovviamente sono il suo strumento, però coperte dai guantoni sembrerebbero inessenziali nella loro natura anatomica, però tu insisti moltissimo sull’aspetto fisico, preciso delle mani. Allora vorrei lanciarti un paio di suggestioni per farti raccontare, perché sono anche molto curioso. Intanto il fatto di non avere scritto un romanzo apologetico sulla boxe. Non c’è un’esaltazione incondizionata di questo sport. Uno sport che molti tacciano di violenza, quindi di tanto in tanto torna questo limite manifesto della boxe come sport violento. Qui, in realtà, il punto è un altro. Cioè capire come la condizione mentale di questo sport sia ancora più importante, necessaria di quella fisica. È una questione mentale, come forse ogni sport. Penso al podismo, dove quanti lo praticano raccontano di quanto sia decisiva la componente mentale. Ma l’altro aspetto di questa non apologia è il tentativo di riportarlo costantemente alla terra, alla sua verità, senza infingimenti, senza uno scintillio che non c’è, e anche con una componente forte dal punto di vista emotivo che sta sempre al limite della disperazione, tra i piacere e la tristezza. La mortificazione del prendere le botte qui non è un dolore ma può essere un piacere, e questo non toglie il forte dato di tristezza che c’è dentro questo sport. La vita di Evaristo Gallego, che è risolta da un punto di vista sportiva, rimane invece irrisolta da un punto di vista biografico, perché è una vita che attraversa momenti di depressione, intensità, dolore. Penso a uno degli ultimi film che parlano di sport da combattimento, The Wrestler, con Mickey Rourke. È un film devastante, da un certo punto di vista, che mostra il crollo emotivo e umano di un campione. Un film che effettivamente ha una suggestione molto forte anche per chi non conosce la boxe, perché il fuoco dell’interesse del regista e dell’attore è sulla componente esistenziale. Perché quella vita deraglia? Perché quella vita che deve cercare una concentrazione e una difesa così assoluta sul ring, fuori deraglia? Addirittura tu dici, a pagina 398, per dare la collocazione esatta, perché molto spesso dai delle definizioni della boxe, è come un romanzo che per approssimazione cerca una definizione, costante; a un certo punto dici: Non è che uno sport. Lo salvi da qualunque fraintendimento che vorrebbe collocarlo su qualche altro piano. E tuttavia come ogni sport, dici, il pugilato non è che ricerca della grazia… Ma voglio leggervi questo passaggio, perché è molto bello e anche molto spiazzante, devo dire, in quanto la boxe mostra il crollo fisico e vinci quando l’altro è a terra, fisicamente, e non c’è niente di aggraziato, almeno apparentemente, nel gesto. Tu però dici, nel libro: “Come tutte le arti non è che ricerca della grazia, sia nei luoghi dell’estasi che in quelli della rabbia e dell’agonia”. Ed è in questa oscillazione costanza tra estasi, rabbia e agonia che c’è poi la vita di Evaristo, sia sul ring che fuori.

DELLI CARRI – È così, ed è tutto legato al concetto del deragliare, conseguenza di una ricerca del limite. Ciò che fa un pugile non è dissimile da ciò che fa uno scrittore o chiunque altro che vada all’essenza, al limite di se stesso, che cerchi la verità di quanto sta facendo, la perfezione. Come nel pugilato la bellezza è esprimere un gesto nel modo perfetto, così nella scrittura è l’efficacia delle parole, la capacità di tradurre i significati sulla pagina. Alla fine di tutto questo non ci può essere che la consunzione totale, un deragliare, perché una persona che si è spinta così oltre non può sopravvivere. Questo lo si vede spesso, nelle vite dei pugili. Come nelle vite di altri artisti, ma nel pugilato è tutto più evidente, e questo è forse uno dei motivi per cui è stato scelto così spesso dalle arti, in letteratura e nel cinema soprattutto. Nel pugilato è tutto portato alle estreme conseguenze, e tutto avviene in uno spazio ridotto e in un tempo ridotto. Lo spazio è quello del ring, il tempo sono, al massimo, dodici round da tre minuti l’uno, con un minuto di pausa tra ognuno di essi. Tutto è concentrato in trentasei metri quadrati e in un intervallo di tempo di quarantasette minuti. Il confine tra il successo e la sconfitta è così sottile che basta una frazione di secondo, il tempo di un colpo, per ribaltare le sorti di un incontro. È uno sport stranissimo, in questo: uno dei due pugili sta vincendo e basta un colpo, che può essere anche frutto della fortuna pur se spesso la fortuna non c’entra, per metterlo ko e farlo perdere. È inevitabile, deragliare, dopo avere vissuto, a lungo, per una vita, queste possibilità, queste emozioni.

PRESENTATORE – Scrivi: “La pelle ispessita, le nocche dell’indice e del medio callose, dure come noci e distanti l’una dall’altra. Quella del dito medio era sbucciata, con la pelle nera, morta, quasi una crosta. Mani strumento, usate un girono dopo l’altro per colpire, infrangere i sogni degli avversari. Quando si chiudevano a pugno divenivano pietre, da scagliare ripetutamente e con la maggior violenza possibile contro il capo e il torso di chi lo affrontava. È brutta la sensazione del ghiaccio quando attacca, disse; poi, quando ci fai l’abitudine, è bello, perché entra nel dolore, nei muscoli”. Questo disse è proprio lo stigma del romanzo-conversazione che a me ha molto colpito, perché lui racconta come a ruota libera, e le cose diventano visibili proprio perché lui le sta raccontando a qualcuno o lui le ha raccontate a qualcuno o le sta raccontando a questo interlocutore, che diventa via via un personaggio importante quasi quanto il pugile. E alla fine ci chiediamo quale sia il più misterioso, dei due, se noi sappiamo più della vita di Evaristo Gallego, del suo segreto ultimo, che poi c’è nella vita di ciascuno, effettivamente, che sia un pugile oppure no, il segreto di ogni essere umano, oppure del suo interlocutore, così implicato nella vita dell’altro, misterioso e sorprendente anche lui, perché tra loro nasce un rapporto che non ha soltanto una implicazione giornalista ma emotiva, in quanto cominciano a conoscersi, e nella rudezza che può avere un rapporto fra maschi, appunto la sospensione che c’è in alcune amicizie maschili, tra rudezza e complicità, noi capiamo qualcosa anche dell’altro, del suo interlocutore. Peraltro sull’amicizia maschile tu ti soffermi un momento, e anche questo è interessante, perché c’è questa riflessione sul mondo pieno di mistero che è l’amicizia maschile. “A volte un amico può diventare molto importante, per uomini come me o come Evaristo, uomini in cui il cinismo non ha prevalso, non del tutto, sui sentimenti”. Ecco, la seconda domanda te la farei su questo, perché se prendi quelle mani ispessite, quella violenza, quella durezza dei gesti, poi ti chiedi come un pugile, questo pugile, uno che decide di dedicare la propria vita alla boxe, non sia del tutto travolto, tradito dal cinismo, cioè che mantenga una parte se non di ingenuità, di sentimento puro, di purezza. La cosa che colpisce in Evaristo è che la sua vita molto faticosa non l’ha del tutto reso disincantato e cinico, c’è una componente in lui ancora di sorpresa nei confronti della vita. Ti chiedi: come è possibile? Una persona così rotta a tutto, anche alla violenza e alla paura, che in realtà non è cinica del tutto.

DELLI CARRI – Questa è una delle tante cose inspiegabili del pugilato, o se vogliamo delle contraddizioni del pugilato. Come le mani, che sono qualcosa di compatto, di forte, dure, un blocco unico, eppure la pelle della mano di un pugile è morbidissima, vellutata direi, e nessun pugile avrà mai una stretta di mano forte. Un pugile ti porge la mano, non te la stringe. La sensazione che si ricava è quella, paradossale, di fargli del male. Questa delicatezza è contrapposta alla violenza del gesto, sul ring. La boxe è ricca di contraddizioni. I pugili spesso mantengono un’innocenza, una purezza, dentro di loro, che stona anche solo allo sguardo. Nonostante la messe di pugni, il sangue, il dolore, tutte le quotidiane fatiche, essi mantengono una umanità che anzi è spesso superiore a quella delle altre persone, le persone normali, i non pugili. Purtroppo, la violenza torna come un’eco, alla fine della loro vita, e sono gli atti brutti, violenti, nei confronti di persone che vogliono loro bene, le donne per esempio, gesti incontrollati che rappresentano il prezzo che il pugile paga per l’ambizione a divenire campione. Tuttavia, nonostante la purezza che hanno, la loro umanità che è percepibile, sono anche dei gran cinici: come Evaristo, che a causa di una vita che non gli ha fatto alcuno sconto non ha a cuore che se stesso. Appare un contrasto ma in fondo non lo è.

PRESENTATORE – Il contrasto appare evidenziato dal fatto che, quando si parla dei rapporti strettamente umani e non sportivi, soprattutto con le donne e in particolare con Anouchka, senti che non è difeso come uno direbbe essere sempre un uomo così attrezzato a difendersi, sul ring; è anzi indifeso, tutto sommato.

DELLI CARRI – Il pugile è quasi sempre un uomo indifeso, fuori del ring. Per questo è sovente vittima di chi gli sta intorno, sia un manager senza scrupoli o la donna sbagliata. Quanti sono i pugili che sono finiti in miseria? Quanti quelli che hanno usato violenza contro le proprie compagne? Nel libro ho cercato di capire perché. Il fatto è che il pugile si affida così tanto, così totalmente agli altri, il suo allenatore, il suo manager, la sua donna, che poi è dipendente da loro, e quando si sente tradito non riesce a controllare la sua reazione, è una reazione puramente emotiva, che lo travolge.

PRESENTATORE – Abbiamo detto che nella boxe la condizione mentale è tutto, tanto che a un certo punto un personaggio, nel libro, definisce la boxe uno sport mentale. Più avanti, però, la boxe diventa invece necessità fisica, è definita un bisogno, un’ossessione, come fare all’amore, “Tanto la testa cerca di essere il più possibile sgombra – perché il pugile non deve pensare con la testa ma con il corpo, come se i pensieri nascessero dai muscoli –, più il corpo è ossessionato e innamorato e dipendente dalla boxe. È questo che rende il pugile forte: l’amore”. Come si mette insieme questa fisicità e questa razionalità della boxe?

DELLI CARRI – Io dico che nel pugile il cervello è muscolare. La stanchezza, per esempio, è della testa, non del corpo.

PRESENTATORE – E l’amore? Tu dici che se l’amore cessa, il pugile è finito. Che forma di amore intendi?

DELLI CARRI – L’amore per il pugilato. Qualsiasi pugile ti dirà che ciò che più ama nella vita, è la boxe. I pugili salgono sul ring solo per l’amore che nutrono per la boxe. Se dicono che lo fanno per soldi, mentono a se stessi. Chi lo fa davvero per soldi, è un pugile che ha perso l’amore per la boxe, non dovrebbe più salirci sul ring.

PRESENTATORE – Quell’amore deve rimanere vivo, integro nell’istante in cui salgono sul ring?

DELLI CARRI – Sì, la fiamma deve rimanere viva, altrimenti viene meno la forza. È un’attrazione, un’attrazione fisica, non diversa da quella che attraversa un rapporto sentimentale, due persone che si desiderano. Perciò i pensieri sono nella carne, nei muscoli.

PRESENTATORE – Pensi che ci sia, nel raggiungimento dell’obiettivo, quindi la sconfitta dell’avversario, anche un elemento di rabbia e di frustrazione che viene da altre parti? Come una rivalsa nei confronti della vita.

DELLI CARRI – Certo, la rabbia per i pugili è il modo per affrontare allenamenti quotidiani e massacranti, traumatizzanti, e continuare a riuscire a salire sul ring. L’elemento rabbia è fondamentale. Se la cullano, perfino. Gallego sostiene di essere sempre tranquillo, addirittura quando combatte, ma lui lo sa bene che il pugile deve salire sul ring come una belva affamata. Altrimenti non puoi vincere, e rischi di soccombere.

PRESENTATORE – La boxe a un certo punto finisce, i pugili in fondo si consumano per troppa intensità, come mostra quel film, come mostra questa storia, però la rabbia non finisce, quindi continua sotto forma di nostalgia per quella rabbia.

DELLI CARRI – Penso che la rabbia se ne vada, li abbandoni, alla fine, come fa la boxe. La nostalgia è per quello che erano, per la vita che gli scorreva nel sangue.

PRESENTATORE – Leggo dal libro un passaggio che mi è piaciuto molto: “I pugili provano un sentimento di pietà per gli avversari, una pietà che non è negata nel momento in cui salgono sul ring, ma solo accantonata. È la pietà che li muove a salire, la condizione di chi condivide un destino e spesso anche la fine, la consapevolezza che ogni colpo dato è un colpo ricevuto; se non oggi, domani. E più profonda è la loro pietà più la loro arte è grande. I pugili migliori non sono altro che forma, cioè arte. Nei pugili autentici l’avversario non è un nemico ma un altro sé, o addirittura la proiezione di sé, come la battaglia non è per la sopravvivenza del corpo ma dell’anima; non è tra il pugile e l’avversario ma tra la sua propria forza e la sua debolezza. Dice Evaristo: Tra noi pugili c’è un rispetto eterno, un rispetto che non abbiamo per nessun altro”.

DELLI CARRI – È per questo che parlo di amore, quando parlo di pugilato.

PRESENTATORE – È bella l’idea della pietà proprio nello sport che ispira più violenza. Questo è molto interessante anche per chi non è minimamente interessato alla boxe, perché c’è una componente di scavo umano che ha a che fare effettivamente con la letteratura. Qui la boxe diventa un modo per chiedersi qualcosa sull’umano, come sempre dovrebbe fare uno scrittore. Il tuo mi sembra un libro tutto basato sul dolore, fisico essenzialmente, e sulla resistenza a quel dolore, ma in realtà il rovescio di questo libro è una riflessione sul dolore che non è quello fisico, è un dolore immateriale che però è quello che segna di più i corpi. Allora il corpo del pugile è stravolto, alla lunga, segnato dai colpi, un corpo che muscolarmente manifesta il suo essersi speso, ed è segnato anche dal tatuaggio, spesso, proprio per l’attitudine del pugile a segnare se stesso, non soltanto attraverso i colpi ricevuti. Interessante che Evaristo dica a un certo punto che i tatuaggi li ha fatti tutti in momenti in cui stava male. Però questo stare male non è legato alla boxe ma alla vita, al dolore fuori del ring.

DELLI CARRI – Perché la boxe non ti tradisce, non ti ferisce. È il mondo fuori che lo fa. La boxe, così violenta, può essere crudele, ma mai ingiusta.

PRESENTATORE – L’ultima cosa che vorrei dire su questo libro è legata alla mole, alla scelta di fare un romanzo ponderoso, qualcosa che potrebbe spaventare sia il lettore sia l’editore, però in realtà io ho colto un aspetto che mi sembra interessante e che necessariamente fa lievitare le pagine. La boxe è uno sport che ha qualcosa di epico e l’epica ha bisogno di respiro. È molto difficile fare un romanzo epico in 125 pagine, è molto più facile fare un romanzo epico dilatando lo spazio della narrazione. È evidente che l’epica è così, è strutturalmente legata a un formulare ampio, non testualmente ma strutturalmente. Però c’è anche un altro punto, dalla prospettiva strettamente tecnica: che tu fai uno sforzo di dilatare sempre, quasi estenuandolo, il dettaglio. Questo è un libro che mette a fuoco costantemente i dettagli e li dilata, fino quasi a coprire lo spazio fisico della narrazione, il dettaglio diventa qualcosa che la scrittura vuole esaurire. Mi spiego meglio dicendovi che c’è un passaggio in particolare, molto lungo, che è un match, un match decisivo, ed è impressionante il fatto che si giunga quasi a una unità di tempo, come nelle regole aristoteliche, perché la temporalità di quel match è esattamente la temporalità della scrittura, quasi coincide. Voglio chiederti se era una intenzione, quella di scrivere un romanzo ampio, o se invece te lo sei ritrovato tra le mani.

DELLI CARRI – Ho cominciato a scrivere e poi il libro è esploso, è diventato ciò che è. Così lungo perché, forse, ho cercato di trasferire sulla pagina la boxe stessa.

PRESENTATORE – Ci sono tante cose interessanti in questo libro, e soprattutto questa trovata di mettere accanto al pugile la voce di un io narrante che lo interroga, che lo conosce, che lo scopre via via è una delle cose più felici dell’impianto dell’intero libro e lo rende più misterioso di quello che sarebbe stato se non ci fosse stato questo interlocutore che lo scopre con noi, cioè noi scopriamo l’interlocutore che scopre Evaristo.

DELLI CARRI – Anche se nessuno dei due, alla fine, si scopre totalmente.

Nelle fotografie, in alto Primo Carnera, qui sopra Norman Mailer e Muhammad Ali.