

Jackie Stewart con la Matra aveva appena vinto il suo primo Mondiale di Formula 1 e a Milano, la mia città, doveva ancora scoppiare la bomba che a piazza Fontana diede inizio agli Anni di piombo. Nasco nello spicchio di 1969 che sta tra questi due avvenimenti. Il primo, l’automobilismo, sarebbe diventato una passione bruciante e poi, seppure indirettamente, una professione. Il secondo, l’Italia anni Settanta col suo clima pesante di omicidi, rapimenti e manifestazioni, mi avrebbe accompagnato fino all’adolescenza, che invece, come in un risveglio improvviso dal sonno, mi precipitò in una città forse non meno violenta, ma tutta da bere.
Solo pochi anni dopo, mentre ancora studio, comincio a scrivere professionalmente come giornalista. A 21 anni, nel 1991, debutto come ghost-writer: un libro sulla tecnica di pilotaggio di un’auto da corsa, Guidare in pista, firmato da Ayrton Senna e tradotto in varie lingue. Nel 2001, dopo un lavoro di ricerca e scrittura di cinque anni, pubblico il mio primo libro, Gli indisciplinati, premiato l’estate successiva con il Bancarella Sport. L’opera è frutto dell’incontro con un uomo straordinario, Romolo Tavoni, una persona che ha avuto grande influenza su di me.
Risale al periodo 2003-2005 il progetto sulla storia orale delle corse motoristiche, un percorso di 155 interviste in quattro volumi e 2500 pagine che racconta l’evoluzione del mondo delle corse e traccia il profilo del pilota.
Nel 2004 firmo la biografia non convenzionale di Giacomo Agostini, campione ossessionato dalla vittoria e uomo quasi sopraffatto dal suo stesso mito; il libro verrà tradotto in inglese e francese.
Un altro incontro importante è quello con Hans Ruesch, il grande pilota, narratore e saggista elvetico nato a Napoli, di cui compongo, nel 2007, la biografia, la prima a lui dedicata.
In Solo in battaglia – fine 2008 – seguo per un anno un alpinista himalayano, un velista oceanico e un pilota del motomondiale, dalla vetta del Monte Rosa alla spiaggia di Dakar in Senegal, per raccontare tre professionisti del rischio colti un attimo prima dell’impresa.
Per scrivere il mio primo romanzo vivo due anni e mezzo con una colonia di pugili, seguendo l’ascesa e la caduta di alcuni di loro; altrettanti me ne occorreranno per narrare l’epica vicenda del boxeur Evaristo Gallego, il peso massimo protagonista de Il re della festa, uscito nel 2015 per Neri Pozza.
Anche Sotto quelle luci, pubblicato alla fine del 2017, è un viaggio nel mondo della boxe, ma questa volta attraverso le parole dei protagonisti, i pugili che ho incontrato e intervistato negli anni.
Come giornalista, in trent’anni ho scritto, e in taluni casi ancora scrivo, per alcuni tra i più importanti quotidiani e periodici italiani, come Il Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Foglio, Max, GQ, Rolling Stones, Gentleman, Class, Sportweek.
Sono stato curatore e co-curatore di due enciclopedie sulla Ferrari (Il Mito Ferrari, De Agostini, 6 volumi; Ferrari Opera Omnia, RCS Quotidiani, 15 volumi), ho diretto i magazine F1 Racing e Riders, ho firmato alcuni podcast sulla storia delle corse: Troy’s Story, la vita di Troy Bayliss, 3 puntate per Ducati; Superbike’s Kings, i re dalla Superbike raccontati da chi li ha conosciuti, 10 puntate per Pirelli.
Amo lo sport e i motori. Ho scelto il mio pilota preferito ever a dieci anni, nel maggio 1980, durante una cena al ristorante La Rascasse di Monaco nei giorni precedenti il Gran Premio con l’ingegner Chiti, Bruno Giacomelli e Patrick Depailler, che è diventato il mio idolo perché, come mio padre, fumava molto, che per un pilota non è una cosa usuale. Ma naturalmente ho amato moltissimo Ayrton Senna, non solo perché è stato un fuoriclasse, ma perché, al tempo in cui correvo con i kart, usavo quelli della marca che aveva usato lui (DAP) e la leggenda delle sue imprese era viva come nessun’altra. Più tardi, ho sublimato nella scrittura la delusione di non essere divenuto un pilota di professione e poi un boxeur, e ho scelto il giornalismo perché una volta era un mestiere affascinante.
Ho posseduto molte auto, le ricordo tutte. Ho amato la Mercedes W123 station wagon color ghiaccio con cui a vent’anni ho girato l’Europa dormendoci dentro, poi la Golf GTI 1.6, l’Alfa Romeo 1750, la Citroën DS che mi ha portato a Pontremoli il giorno del Bancarella Sport, l’Audi A2 perché era rivoluzionaria ed è stata l’ultima auto di mia madre; non mi è piaciuta l’Alfa Romeo Montreal, un’auto che invece piace a tutti, ma forse perché non l’hanno mai guidata e considerano solo il suo valore, una cosa che non mi ha mai interessato.
Per lavoro, in vent’anni ho guidato le più belle auto del mondo: Ferrari, Porsche, Aston Martin, Bentley, BMW, Mercedes; e poi monoposto di Formula 3 e Formula 3000, ancora senza elettronica. Ciò che mi è rimasto non sono ricordi precisi, ma la sensazione di avere spinto al massimo grado consentito dalle mie capacità l’esperienza della guida, che è quanto in fondo cercavo, da ragazzo al volante dei kart o delle auto da corsa, più della vittoria.
Ogni tanto, dopo un viaggio particolarmente lungo, dopo averla guidata in modo un po’ brutale, dico “Brava” alla mia auto e l’accarezzo sul cruscotto. Mia moglie e mia figlia non capiscono, e come potrebbero?

