Una domenica di pioggia

Ha piovuto tutta la notte, molto forte, e sta piovendo ancora quando Niki alza la tapparella della sua camera d’albergo.

Il volto impassibile e gli occhi di ghiaccio, come sempre. Ma la pioggia complica tutto e lui lo sa. Questo non lo turba. Nulla turba Niki. In lui c’è la consapevolezza di chi non solo ha fatto tutto quanto poteva per prepararsi, ma l’ha fatto al meglio. Dicevano che era una macchina. Ma, e le macchine che guidava lo insegnavano, pur essendo lo più curate al mondo, anche una macchina può rompersi. Magari per un pezzo da cento lire, una vite che si allenta, una scemata. Perché la perfezione esiste, ma non è infallibile. Questo è il credo di Niki Lauda, il prossimo campione del mondo di Formula 1. Lo dicono tutti, ormai è scritto, nessuno può portargli via il titolo. O meglio, teoricamente, aritmeticamente, Carlos Reutemann può. Dovrebbe vincere qui, oggi, a Monza, e poi anche nel successivo Gran Premio, quello degli Stati Uniti. Invece a lui, Niki, basta mezzo punto oggi e il titolo è suo. Oppure può anche non prendere punti, e Reutemann non vincere. Facile. Ma non assicurato.

Niki si veste, poi prepara la borsa con le cose per correre.

C’è tanta pressione sulla Ferrari, e dunque su si lui, perché sono tanti anni che la scuderia non vince più il Mondiale. L’ultima volta nel 1964, ben 11 anni prima. Un tempo scandalosamente lungo in un mondo che corre veloce come quello della Formula 1. Al volante un pilota cui Niki, per certi versi, assomigliava: John Surtees. Uno dei soli tre piloti al mondo ad avere detto no a Enzo Ferrari: lui, Fangio e Hawthorn.

Surtees era un altro che sorrideva poco e pensava tanto. Non per niente era stato l’unico a vincere il mondiale sia in moto sia in auto. Ma Surtees era il passato, lui era il presente, Niki pensa scuotendosi dai suoi pensieri e tornando alla realtà.

Smetterà di piovere e andrà tutto secondo i programmi, si dice.

Ama Monza. In fondo, ama tutte le piste, non ha problemi con nessuna di esse. Solo la pioggia non gli piace, non perché abbia paura – un pilota non ha mai paura –, ma perché introduce delle variabili che sono fuori dal suo controllo. Non puoi escludere un acquaplaning, non puoi essere certo che il pilota che ti segue non vada lungo in frenata e ti venga addosso. A Niki piace programmare le cose.

La sua testa non smette di frullare. Così calmo fuori, un fuoco dentro: chi l’avrebbe detto?

Gli torna in mente l’anno scorso, qui a Monza. Partiva in prima fila, dalla pole position. Era la sua nona pole dell’anno: impressionante. Eppure non aveva vinto che due gare: Spagna e Olanda. Dicevano che era ancora giovane, ed era vero. Dicevano che non c’era ancora con la testa. Lui si arrabbiava. Ma era vero. Infatti buttò via anche quella gara, a Monza, nel suo primo anno alla Ferrari. Erano in testa lui e Regazzoni, due Ferrari sole al comando. Ronnie Peterson terzo, staccato. Al trentesimo giro il motore cede. Forse gli aveva chiesto troppo. Vince Ronnie, per la seconda volta a Monza. I giornali scrissero: il nuovo re di Monza. A lui bruciò.

Scende a fare colazione.

Monza è solo motore, si va solo dritto. E il motore della Ferrari è una bomba. Va fortissimo. Tranne quando si rompe.

Monza gli procura sempre emozioni. Intense. È la pista di casa della Ferrari. Il pubblico impazzisce. Ma i ricordi non sono sempre belli. Qui è morto Jochen Rindt, austriaco come lui, velocissimo, come lui. Era il 1970, Niki aveva appena cominciato a correre: si faceva le ossa in Formula 3, l’anno dopo avrebbe debuttato, con grandi sacrifici, in Formula 2, con la March, un team nel quale la stella era proprio Peterson. Ma la tragedia di Rindt a Monza con la Lotus non lo fece desistere.

Quando Niki arriva in circuito il cielo è scuro e piove ancora. Non vede l’ora di entrare nel box e trovare la sua auto bella e pronta.

La nuova 312 T aveva lo stesso, fenomenale motore tre litri a 12 cilindri con V di 180 gradi dell’anno prima, ma con il cambio trasversale, da cui il nome. Con 495 cavalli era forse il motore più potente del campionato. Aveva debuttato alla terza gara del Mondiale. Poi Niki ci aveva vinto quattro Gran Premi: Monaco, Belgio, Svezia, Francia. E colto otto pole position, solo una in meno dell’anno prima. Ma mancava ancora un Gran Premio, quello degli Stati Uniti.

Lui e la 312 T erano un binomio imbattibile. Emerson Fittipaldi con la McLaren e Reutemann con la Brabham erano veloci, per carità, erano costanti, nessuno lo negava, ma Niki e la sua Ferrari erano perfetti, imbattibili. La stagione 1974 gli aveva insegnato tanto. Si impara solo dagli errori, diceva Niki, anche se non ci credeva poi tanto, perché lui di errori ne commetteva pochi, eppure era bravissimo lo stesso.

Qui a Monza in tanti potevano vincere. Perché, appunto, contava il motore, contavano le scie. Vittorio Brambilla andava fortissimo e conosceva il percorso come le sue tasche, essendo di Monza e cresciuto qui anche come pilota. Vittorio era nel suo anno migliore: aveva ottenuto una sorprendente pole con la March in Svezia e poi aveva vinto in Austria, a Zeltweg, nell’ultimo Gran Premio prima di questo. Una domenica in cui pioveva. Anzi, diluviava.

Era stato un Gran Premio tragico. Nel warm up, Mark Donohue con la Penske uscì alla prima curva per lo scoppio di un pneumatico, volando fuori del circuito, tra i tabelloni pubblicitari. Morirono due addetti alla pista. E Donohue stesso, tre giorni dopo, in ospedale, per la botta in testa ricavata nell’urto dell’auto contro il guardrail.

Avevano interrotto la corsa e Brambilla aveva vinto. Era dalla vittoria di Ludovico Scarfiotti a Monza nel 1966 che un pilota italiano non vinceva un Gran Premio di Formula 1. Niki, che era partito dalla pole position, era stato in testa, all’inizio della gara, ma poi era scivolato al sesto posto. Avrebbe potuto vincere il titolo anche quel giorno, eppure…

Mancano due ore alla partenza quando nel cielo di Monza, domenica 7 settembre 1975, le nuvole scompaiono e la pioggia cessa. I pompieri asciugano le pozzanghere sull’asfalto. Poi Niki e Fittipaldi fanno un giro di ricognizione con una Lamborghini Countach per verificare che ci siano le condizioni per correre. E ci sono, per la gioia dei 120 mila spettatori che sono accorsi con il sogno di festeggiare la vittoria e il titolo della Ferrari.

Proprio per via della tanta pioggia caduta, i piloti chiedono di effettuare due giri di ricognizione in luogo del canonico, singolo giro. Po la gara prende il via. Sono 52 giri, 300 chilometri.

Scatta in testa Clay seguito da Niki, che non parte bene. Lo affianca Mass, percorrono la Curva Grande appaiati, Niki all’interno, e solo a Lesmo riesce ad avere ragione di Jochen, perché lì passa un’unica auto per volta e che è all’interno ha un vantaggio. Brambilla, intanto, ha bruciato la frizione e si è ritirato dopo cento metri. Niki è dietro a Clay, che allunga. Tra loro c’è un rapporto speciale, sa che in caso di bisogno, Clay ci sarà. Guida più accorto che mai. A un certo punto sente che un ammortizzatore non lavora più bene, deve ridurre il ritmo. Fittipaldi si avvicina, al 46esimo giro tenta il sorpasso e Niki lo lascia passare. Reutemann, quarto, è quasi a un minuto di distacco. Guida freddo, calcolato, Niki, ma quegli ultimi cinque giri sono un’agonia. Sta andando tutto bene, si ripete, eppure suda freddo.

Il traguardo è il più bello finora per lui, anche se non ha vinto. È il nuovo campione del mondo di Formula 1. Il secondo austriaco dopo Rindt. La Ferrari vince la Coppa Costruttori per la terza volta. Tutto perfetto, tutto da programma.

Sul podio sorridono tutti. Clay per la sua seconda, stupenda vittoria a Monza dopo quella del 1970. El Rato Fittipaldi perché sorride sempre. Niki perché è andato tutto bene. Emerson gli alza il braccio e lui sorride, quasi timido, felice, sì, ma come chi sa che questa non è la fine, ma solo l’inizio.

 

Testo apparso su SportWeek del 6 settembre 2025.

Nota: In quella stagione 1975 Niki Lauda vinse anche l’ultimo Gran Premio, quello degli Stati Uniti, dove la Ferrari non aveva vinto mai, portando a cinque i suoi successi stagionali e a nove il bottino di pole position, eguagliando il record dell’anno precedente.