DOTTORCOSTA 80

Il luogo dove viviamo dice molto di noi, ma il luogo dove vive Claudio Costa dice tutto di lui. Il dottorcosta, come lo chiamava Mick Doohan, attaccato e tutto minuscolo, vive a Imola, nella stessa casa dove, il 20 febbraio di 80 anni fa, è nato. È una villa di campagna del Settecento, la chiamano Feudino e dai primi anni Cinquanta ha ospitato il gotha del motociclismo da corsa. Un monumento. Come lui, peraltro. Ora che suo padre Checco, inventore del circuito di Imola e di gare leggendarie come la Coppa d’Oro e la 200 Miglia, e sua madre Silvana non ci sono più, lui continua a stare qui, in compagnia del fratello Carlo, avvocato e per tanti anni speaker del circuito creato dal padre. Soli, circondati dai ricordi e da alti e moderni palazzi che quasi incombono sulla vecchia casa colonica e sui loro occupanti, che una volta possedevano tutta la terra intorno, a perdita d’occhio; una volta, prima che la passione per le corse portasse Checco a conquistare la fama ma perdere quasi tutto.
Una vita per il motociclismo, quella del dottorcosta. Amatissimo dal pubblico, adorato dai piloti. Primi fra tutti, quelli cui ha salvato vita e carriera. E sono tanti. Nato nel 1941, cresce a pane e moto. Il padre non vuole che corra; anzi, che neppure guidi la moto. Lui diventa medico, e dei piloti l’angelo custode. Si laurea in medicina nel 1967. Nel 72 debutta come servizio medico in pista. La sua idea: portare i rianimatori dove serve, cioè in curva. Nel 73 l’evento che cambia la sua vita: il rapporto con Jarno Saarinen e la sua fine, il 20 maggio a Monza, in una domenica tragica. È quel giorno che il medico di provincia, seppur talentuoso, diventa un personaggio destinato a entrare nella storia. Nel 1977 crea la Clinica mobile, l’ospedale viaggiante che segue i piloti sui circuiti di tutto il mondo. È una rivoluzione. Da allora, grazie a lui e ai suoi collaboratori, il motociclismo resta uno sport pericoloso, ma non più mortale. Crea cinque cliniche, poi, nel 2014, l’abbandono, sofferto, delle corse. Ha scritto libri, ha girato un film sulla sua storia (“Voglio correre”, la frase che gli dicevano tutti i piloti dopo un infortunio; lo vedremo quest’anno alla televisione). Oggi vive nel rimpianto di un tempo andato in cui i piloti di moto erano abitati dalla follia e, straordinari, trasformavano le ferite in un dono.

Chiudi gli occhi e dimmi qual è la prima immagine che ti viene in mente pensando al motociclismo.
«Mi vedo vicino a un pilota, alleato a lui nel sogno di tornare in moto dopo un incidente».

Il momento più memorabile della tua carriera?
«Ce ne sono tantissimi, ma dico la rianimazione di Franco Uncini, la mia bocca sulla sua per infondergli il respiro perduto. Era il primo maggio 1977, a Salisburgo. La Clinica debuttava quel giorno, salvando la vita a Uncini e Fernandez».

A quanti piloti hai salvato la vita? Tu direttamente e poi attraverso la Clinica mobile.
«Tanti… Uncini, Fernandez, Cecotto, Bonera, Rolando, Capirossi… La Clinica non ne parliamo neanche. Coulon, Ferrari… Ma non eravamo noi. Era la Clinica, lei, con i suoi strumenti, la sua presenza lì, dove serviva, in circuito. Era inutile correre in un Paese nel quale c’era la migliore neurochirurgia del mondo, se poi il pilota non riusciva ad arrivare vivo all’ospedale. L’assistenza doveva essere in pista».

È stata questa la grande intuizione della tua vita: la Clinica mobile?
«No. È stata portare il rianimatore in pista: è lì che la vita andava salvata, non in ospedale. Era il 23 aprile 1972, giorno della 200 Miglia di Imola. La Clinica è stata una conseguenza di quell’idea».

Un’idea per la quale sei stato anche criticato, all’inizio, e proprio dai tuoi colleghi.
«Non solo criticato, mi hanno messo perfino in prigione, in Svezia. I medici del luogo non mi volevano ma i piloti avevano detto che senza Clinica non avrebbero corso. Partita la classe 500, è arrivata la polizia e mi hanno portato via. Non avevano avuto il coraggio di farlo prima, i piloti non l’avrebbero permesso. Loro hanno subito capito l’importanza della Clinica. Barry Sheene, Kenny Roberts, Johnny Cecotto, Virginio Ferrari, Franco Uncini furono i paladini della Clinica mobile in quei primi anni».

Il momento più brutto della tua carriera?
«Quando il respiro del pilota non tornava, nonostante tutti i nostri sforzi. Purtroppo è una cosa che fa parte di quel grande teatro che sono le gare del motociclismo».

Come a Monza, nel 73, con Renzo Pasolini.
«Aveva uno spaventoso trauma cranico. Ho cercato di rianimarlo così a lungo che alla fine sono svenuto. Mi tiravano via, ma io non desistevo. Purtroppo non sono riuscito a riportarlo in vita».

Quel giorno se ne andò anche Saarinen, un pilota al quale eri legatissimo.
«La storia con lui è stata una storia d’amore, umana fino alle estreme conseguenze. Il 25 marzo cadde a Imola, si fece male al ginocchio destro, frattura del piatto tibiale. Il protocollo scientifico prevedeva un gesso da tenere due mesi. Lui mi chiese: Quando lo levo? Io, ancora oggi non so perché, risposi con una domanda: Tu quando vorresti toglierlo? E lui: Tra una settimana, perché devo vincere a Modena e poi il Campionato del mondo. Allora io gli dissi: Lo toglieremo venerdì. Era solo cinque giorni dopo! Jarno sorrise ed esclamò: Allora da questo momento tutte le gare le vincerò per te. Così cominciò la nostra storia, che finì a Monza, il 20 maggio, tre giorni prima della data in cui, secondo la scienza, io avrei dovuto togliergli quel gesso. È un rimorso che non si è mai cancellato. Jarno è stato accanto a me ogni volta che ho tolto un gesso a un pilota perché potesse seguire i suoi sogni».

Ma quel giorno, quando tu hai infranto per la prima volta il protocollo, è nato il dottorcosta, il medico dei piloti.
«Sì, ma a quale prezzo? Quel giorno, a Monza, mi trovai di fronte alla decisone se abbandonare questa via che avevo intrapreso e che mi portava ad aiutare i piloti a tornare in sella».

Con Jarno hai spinto al limite la tua professione di medico, come fanno i piloti con la moto in pista.
«Sì, per la prima volta nella mia vita sostituii i protocolli con il cuore e l’empatia per un pilota ferito che mi chiedeva aiuto per poter tornare a correre».

“Voglio correre”: la frase che ti dicevano i piloti.
«La frase che scardina ogni protocollo e giuramento, che annulla la scienza di fronte alla dimensione immensa del desiderio».

Il desiderio, tu hai scritto, scatena una forza nel corpo umano che supera la medicina, perché infinitamente più potente.
«Solo a distanza di anni mi sono accorto che non erano le mie cure, il mio amore per loro e la mia passione a farli correre, ma il loro desiderio e la loro volontà irrazionale di tornare in gara anche se non ancora guariti. In quei momenti il corpo umano trova dentro di sé risorse incredibili, che nessun medico né medicina potrebbero mai dargli. È perciò che i piloti sono un esempio: tutti, avvolti nel desiderio, nel sogno, possiamo trovare queste risorse e trasformarci in cavalieri invincibili, in eroi».

Uno dei tuoi libri si intitola infatti “L’eroe che è in te”.
«Sì, perché ognuno di noi, se ha fiducia in sé ed è pervaso da una grande volontà irrazionale di raggiungere uno scopo, può risorgere dalle macerie. Guarda Virginio Ferrari, che era clinicamente morto e il giorno dopo è arrivato secondo a Imola. Guarda Alex Zanardi, che torna a camminare e correre. Sono cose che la medicina non riesce a spiegare, può solo imparare ad accettare».

Delle tante storie straordinarie fra te e i piloti, una su tutti si impone: quella con Mick Doohan.
«È una favola incredibile. Quando in Olanda nel 92 cadde e si ruppe una gamba, aveva già vinto cinque gare. Gli proposi di venire in Italia a curarsi da noi, in un mese l’avrei rimesso in sella, invece lui decise di farsi operare in Olanda. Sorsero delle complicazioni che portarono i medici a pensare all’amputazione della gamba. Mi chiamò, allora io noleggiai un aereo privato e andai a prenderlo».

Più che a prenderlo, a rapirlo.
«Avevo un amico in Olanda, che mi procurò un’ambulanza e due infermieri: entrammo in ospedale, caricammo Mick e uscimmo per andare all’aeroporto. La cosa non destò sospetti, tranne che in Kevin Schwantz. Era anche lui in ospedale, con un polso rotto e un’anca lussata. Disse: Dottore, vengo anch’io. Li portai in Italia tutti e due».

Unisti le due gambe di Doohan, perché la sana guarisse quella ferita, e lo portasti a casa tua. Silvana, tua madre, ogni giorno annusava la ferita, per scongiurare la cancrena.
«Infatti poi diceva che Doohan l’aveva salvato lei. Forse invece erano stati i tortelli e salumi delle mie colline».

E poi Doohan, che quell’anno perse il mondiale per soli quattro punti, di titoli ne vinse cinque, di fila, diventando il più grande della sua epoca e forse di tutti i tempi.
«Lui non mi ha mai chiesto: Quando guarisco? Lui mi chiedeva: Quando andiamo a correre? Tornò a guidare la moto che neanche camminava, comandando il freno posteriore con il pollice sinistro. Perse il titolo per un niente, e io la ritenni un’ingiustizia, ma se non avesse perso, non avrebbe vinto così tanto, dopo. È da quella sconfitta, da quella frustrazione che è nato Mick Doohan. Sono le avversità, le ferite che ti fanno crescere».

Tuo padre com’era?
«Mio padre era un genio. Ha amato il motociclismo in un modo folle e ha realizzato, da solo, cose straordinarie. Era un sognatore. Con degli amici ebbe l’idea di un circuito, a Imola, dove realizzare la regina delle corse, la Coppa d’Oro, una corsa che, all’epoca, aveva un montepremi di 12 milioni di lire. E quando nel 1954 ci fu un crollo finanziario incredibile, i suoi amici bruciarono le carte del motoclub, lasciando mio padre solo nella tempesta. Finì anche in prigione. Dopo mi disse: Vedi, Claudio, questa è una disgrazia, però adesso che tutti sono scomparsi, rimarrò io solo inventore del circuito di Imola».

Qual è stato il suo insegnamento più grande?
«Che non basta sognare, per fare la storia ci vogliono fantasia e organizzazione assieme».

Quella che tu applicavi nella Clinica mobile, della quale sembravi un generale al comando delle sue truppe. Da quante persone era composta?
«È arrivata ad avere 107 collaboratori».

I più stretti?
«Beppe Russo, Giancarlo Caroli, Massimo Corbascio, rianimatori. E Lelio Rubbini, traumatologo».

Hai chiamato la Clinica “la casa degli eroi”.
«Era così, allora».

E oggi?
«I tempi sono cambiati. È finito il tempo degli eroi. La medicina, con i suoi protocolli, ha mutato la vita del pilota, anche se ogni tanto qualche sprazzo di luce del passato si intravede pure nei piloti di oggi. La Clinica oggi offre un servizio medico di alto livello, ma senza più la luce della passione, dell’eroismo di un tempo. Una volta la Clinica era il centro del mondo mitologico del motociclismo. Oggi il mondo vuole essere rassicurato, ha paura di rischiare e quindi si affida alla ragione».

Cos’hai capito bella vita?
«Che la cosa più bella è fare un lavoro con passione. I momenti in cui ho amato davvero la vita sono stati quando tornavo a casa dalle corse, stanco, a volte distrutto, ma appagato dall’essere stato vicino ai piloti, i miei eroi, nel loro risorgere dalle ferite».

Hai visto correre generazioni di campioni. Da Geoff Duke nel 1957 a Marc Marquez nel 2014, stagione nella quale hai lasciato.
«E proprio Marquez mi ha insegnato che la riconoscenza non è di questo mondo».

Cosa intendi?
«Che dopo averlo aiutato a vincere il Mondiale, nel 2013, mi sarei aspettato che Marquez mi chiamasse, quando ha avuto bisogno. Anche perché era chiaro che non poteva tornare a correre con una placca nel braccio. Avrebbero dovuto mettergli un chiodo, invece di una placca. Allora avrebbe corso e vinto il titolo».

Quanto grande è stato Valentino Rossi?
«Grandissimo».

Il suo segreto?
«Il gioco. Lui ha corso divertendosi. Voleva fare qualcosa di eccezionale per stupire e rendere felici i suoi genitori, in particolare sua mamma».

Lo conosci da quando è bambino.
«Sì, perché conoscevo suo padre. All’inizio lo curavo quando cadeva facendo le gare con il motorino a Tavullia. Un giorno la madre mi disse che desiderava che Valentino prendesse un titolo di studio, io le dissi che avrebbe vinto più titoli correndo con la moto».

Quali sono i piloti che porti nel cuore?
«Doohan e Capirossi».

Non hai avuto figli. C’è chi dice che i tuoi figli sono i piloti.
«È vero. Ho avuto qualcuno su cui vegliare, che è la missione dell’uomo».