«Un formidabile colloquio»

Cinque bei racconti lunghi ed un formidabile colloquio con un testimone oculare di quelle storie hanno permesso a “Gli indisciplinati” di vincere meritatamente il Premio Bancarella sport del 2002.
Il filo conduttore del libro sono gli eventi drammatici che mettono alla prova Enzo Ferrari:
la morte di cinque suoi piloti ufficiali (Castellotti, De Portago, Musso, Collins, Hawthorn);
la terribile malattia di Dino, l’unico figlio;
l’attacco che lo paragona ad un Saturno industriale che divora i suoi figli.
A Castellotti è fatale una sessione di prove a Modena nel Marzo 1957, mentre due mesi dopo De Portago esce di strada durante la Mille Miglia.
Con lo spagnolo muoiono il copilota e diversi spettatori, tra i quali alcuni bambini. La Chiesa insorge attraverso l’Osservatore Romano, le autorità ritirano il passaporto al Drake e aboliscono le corse su strada.
La leggenda della Mille Miglia finisce qui.
Se il 1957 è terribile, l’anno successivo è devastante: a Reims cade Luigi Musso mentre Collins non sopravvive ad un’uscita di strada sul famoso inferno verde del Nürburgring.
I due eventi hanno una strana similitudine: in entrambi i casi i piloti Ferrari, in lotta per la prima posizione, erano seguiti o preceduti dal compagno di squadra Hawthorn.
L’ultima tragedia colpisce proprio quest’ultimo: nel Gennaio 1959 Hawthorn, amico fraterno di Collins (e secondo alcuni parzialmente responsabile dell’incidente di Musso), muore in un incidente stradale.
Pochi mesi prima era diventato campione del mondo con il Cavallino.
Se non era facile dipingere questi cinque cavalieri del rischio, riuscire a farsi raccontare quegli anni da Romolo Tavoni, segretario di Enzo Ferrari dal 1952 al 1962, ha del capolavoro.
Su ognuno dei piloti Tavoni (che ha ricoperto anche il ruolo di direttore sportivo Ferrari), fa un’analisi precisa e puntuale: degli inglesi ricorda il carattere “Hawthorn mi ha insegnato che ci sono delle occasioni in cui bisogna sapere dire di no [il no lo disse a Enzo Ferrari in persona, NDR], Collins era intelligente, usò me per fare mediazione con Ferrari” mentre di De Portago apprezzava la gioia di vivere (quando Enzo Ferrari negò un volante allo spagnolo lui la prese con filosofia: “Fa niente, vorrei solo che lei sapesse che mi farebbe molto piacere partecipare ad una corsa importante. Avrebbe potuto dire che le auto erano sue, che aveva il diritto di correre ma era un signore.”).
Sugli italiani ha ricordi dolorosi: quando Castellotti informò la madre che voleva sposare la soubrette Delia Scala lei gli disse ”prendi la valigia e vai fuori di casa”, mentre “la sorella e il fratello (di Musso, NDR) vennero da me e mi chiesero quanti soldi doveva avere Luigi dalla Ferrari. Non erano ancora andati in ospedale a vedere il cadavere. Li mollai ad andai in camera a piangere.”
Musso era uscito di strada in una curva (il Calvaire) che si poteva percorrere in pieno solo in assenza di vento: Fangio otteneva l’indicazione esatta verificando se le foglie di certi alberi si muovessero o meno.
Sulla leggenda di un Enzo Ferrari che metteva i suoi piloti uno contro l’altro Tavoni ha una sua teoria: quando il Capo gli diceva “Vedrà che quei due li vinceranno.” Tavoni informava il direttore tecnico che “durante la gara fermava la macchina in testa per cambiare i freni. Il pilota finiva secondo e vinceva la coppia che al Commendatore era sembrata più in forma.”
Tra i personaggi che dipinge Tavoni spicca Mino Amorotti, un ingegnere laureato al Politecnico di Milano che sul passaporto aveva scritto agricoltore.
Amorotti accetta di lavorare per Enzo Ferrari alla condizione di non essere pagato. Vuole permettersi il lusso di dire sempre quello che pensa al Capo: “Vengo fino a che ci capiamo e non voglio una lira. Perché? Perché lo faccio per divertirmi.”
Si divertirà per 11 anni, vincendo numerosi campionati del mondo in Formula 1 e nelle gare di durata.
Tavoni confessa un’ammirazione smisurata verso questo incredibile direttore tecnico: “A Montecarlo nel 1961 stavo per esporre il segnale per Ginther: doveva andare più forte. Mi fermò Amorotti: mi ricordò che Ginther era mediamente più veloce di tre secondi del suo miglior tempo in prova. Mi disse che era già al limite: chiedendogli di andare più forte lo avrei portato a superarlo. Non avrei mai dovuto farlo.”
Nonostante Tavoni lasci Maranello in maniera burrascosa (licenziato in tronco con altri sei dirigenti) e abbia passato un periodo non facile (“mesi dopo ero ancora senza lavoro. Ferrari mi aveva fatto terra bruciata intorno.“) non ha recriminazioni:
“Enzo Ferrari è la persona più intelligente che io abbia incontrato nella mia vita, Ho la certezza che non mi abbia mai raccontato una bugia: era troppo intelligente per farlo. I suoi collaboratori erano sacri, e lo rimasero anche quando raggiunse il successo economico.”
Chissà quanti altri imprenditori di successo possono dire di aver fatto altrettanto.
Lorenzo Rondelli


