Giovani eroi col Cavallino

Recensione de Gli indisciplinati su Automobilismo d’epoca di ottobre 2019 a firma Francesco Pelizzari.
GIOVANI EROI COL CAVALLINO
Di cinque che erano, soltanto uno non morì in pista. Mike Hawthorn, l’ultimo ad andarsene, da campione del mondo, in un incidente stradale dopo aver rischiato la vita per anni nei circuiti di tutto il mondo. Tutti gli altri erano al volante di una Ferrari, nel momento supremo. Eugenio Castellotti, il pilota mondano, ricco e bello, fidanzato con Delia Scala; Alfonso Portago, il nobile spagnolo, atleta a tutto tondo; Luigi Musso, il figlio di Roma, talento e improvvisazione; Peter Collins, giovane inglese signorile, velocissimo e generoso dentro e fuori i circuiti.
Li chiamarono “Ferrari Primavera”: erano tutti giovani, belli e forti. A fine 1956 Enzo Ferrari si separò da Juan Manuel Fangio: gli aveva portato il terzo titolo iridato della Scuderia in F1, ma lo spazio era troppo piccolo per entrambi.
Via il Maestro, ecco i Ragazzi, con il compito di andare a caccia di nuove vittorie: Formula 1, Mondiale Marche, la Mille Miglia e Le Mans, le gare in circuito e su strada. Niente prima guida, liberi tutti: “Per me il numero uno è quello che vince”, disse il Vecchio. Una frase terribile, con il senno di poi: ciascuno dei Ragazzi avrebbe fatto di tutto per diventare il preferito; avrebbe fatto troppo.
Sullo sfondo, un’Italia affamata di eroi, di imprese da vedere e raccontare, di gare a cui assistere e da raccontare, nei bar davanti alla televisione, la nuova frontiera del focolare domestico. Sopra a tutto, il deus ex-machina, Enzo Ferrari, il grande capo carismatico dell’automobilismo italiano, capace di lottare fino all’ultimo, prima della guerra, con la sua piccola squadra di Alfa Romeo, contro i colossi germanici e ora di nuovo sul campo con la sua Scuderia che si costruisce le auto da sola, sola lei, solo lui, contro tutti. Contro il destino, soprattutto, che proprio quell’anno, nel 1956, gli ha portato via il figlio Alfredo, riconosciuto e amatissimo. Aveva 24 anni.
A fine 1956, quando presenta la squadra per l’anno seguente, i piloti di Ferrari hanno 26 anni (Castellotti), 28 anni (Portago), 32 anni (Musso), 25 anni (Collins), 27 anni (Hawthorn). Saranno protagonisti di una stagione tragica in un automobilismo che si sta trasformando e dopo di loro non sarà più come prima. Castelletti morirà in prova all’Aerautodromo di Modena pochi mesi dopo, il 14 marzo 1957; Portago due mesi dopo, il 12 maggio 1957 nell’incidente che farà calare il sipario sulla Mille Miglia e le lunghe gare su strada; poi Musso, il 6 luglio 1958 al Gran Premio di Francia; meno di un mese dopo, il 3 agosto, è la volta di Collins al GP di Germania, e per Ferrari riemerge il dolore per la perdita del figlio, di cui Collins si era mostrato amico nei giorni della malattia; infine Hawthorn, il 22 gennaio 1959 sulle strade intorno a Guildford, nella sua Inghilterra. Il nome di Ferrari sui giornali si
nelle pagine di cronaca nera: diventerà il Saturno che uccide i figli, andrà a processo per la strage alla Mille Miglia, causata da una sua automobile. Sarà scagionato, e andrà avanti con le sue “gioie terribili”.
Vite e storie da romanzo, quelle della “Ferrari primavera”, dei piloti e degli uomini, di Ferrari e di quell’Italia che si avviava al benessere. Storie e vite raccontate ne “Gli indisciplinati”, libro che si è meritato il Premio Bancarella, opera prima di Luca Delli Carri. Un volume che, andato esaurito in breve tempo quasi vent’anni fa, è stato ora ristampato, in occasione dei 60 anni dall’ultimo episodio di quella storia. Così chi non lo fece allora può leggerlo ora, tutto d’un fiato; e chi già ce l’ha, avrà l’occasione di procurarsene una copia da tenere nuova, di scorta, perché di certo la prima l’ha consumata rileggendolo una seconda volta negli anni, e forse anche una terza.
Francesco Pelizzari


